"The impossible exists only until we find a way to make it possible" Mike Horn

mercoledì 29 aprile 2015

Racconto breve: Le tele di Giulia

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Le note di una vecchia canzone napoletana riecheggiavano soffuse nella sala ormai vuota, una musica d’altri tempi che si mescolava al vento leggero che agitava le tende di seta portando con sé il profumo delicato della notte. Anche gli ultimi ospiti avevano lasciato l’elegante palazzo di Santa Lucia. 
Giulia appoggiò le braccia nude sul marmo fresco della grande finestra che dava sul golfo addormentato, soltanto il chiarore delle stelle e delle lontane lampare dei pescatori ad illuminare la distesa d’acqua che si muoveva pigra. La giovane respirò a fondo l’aria densa di salsedine e, lasciandosi cullare dalle note di sottofondo, chiuse gli occhi. 
Era stata una delle rare volte in cui Giulia, incoraggiata dal maestro, aveva esposto i propri dipinti e non si aspettava tanto successo tra gli invitati. Era riuscita a vendere anche alcune tele, anche se ad un prezzo molto inferiore al loro valore. 
Per lei, così timida e schiva, era stata una battaglia prima di tutto interiore decidere di presentare al pubblico le proprie opere; e come se non bastasse aveva dovuto combattere a lungo con il padre che, pur avendo egli stesso promosso nella figlia l’amore per la cultura in ogni sua forma, non aveva mai accettato l’idea che la ragazza amasse la pittura al punto da voler rivolgere ad essa ogni sforzo. Il padre, nella vana speranza di disincentivare la tendenza artistica della giovane, era giunto persino a negarle i fondi per l’Accademia e per l’acquisto dei materiali necessari per la pittura. 
Giulia, tuttavia, non si era mai data per vinta e, anche grazie all’aiuto della sorella maggiore, era riuscita ad avere sempre a disposizione grandi tele da far vivere con il tocco di tempere ed oli. 
E così non era raro incontrarla sulle scale della Chiesa di Sant’Antonio intenta a tratteggiare sagome di alberi e nuvole, a tradurre in colore attraverso pennellate brevi e decise il profumo dei fiori o il moto armonioso delle onde del mare; così come non era raro riconoscere il suo cappotto verde tra i vicoli dei quartieri spagnoli, assorta nel trasporre sulla sua tela il dolore e, allo stesso tempo, la sorprendente vitalità di quel mondo a sé, stretto tra il lungomare e la collina del Vomero. 
Il dipingere non era, per Giulia, un esercizio di sterile riproduzione del mondo né un disperato tentativo introspettivo. Per lei la pittura rappresentava uno strumento di ricerca e cattura di un segnale di ottimismo in un’epoca alla deriva. E questo era quel che si poteva cogliere negli accesi contrasti di colore che sapevano di vita e di morte, nelle pennellate incisive che sfumavano in tocchi di colore leggero racchiuso in forme quasi impalpabili.
Eppure, non era solo la sua timidezza e la ferma opposizione del padre ad ostacolare il percorso artistico della giovane. Giulia si trovava a combattere contro una società in caduta libera, in cui l’arte si svuotava di contenuto e diventava, nel migliore dei casi, eccesso di sperimentazione e, nel peggiore, sterile e volgare provocazione. 
Allo stesso tempo Giulia si trovava a fare i conti, insieme alle compagne dell’Accademia, con un anacronistico ma resistentissimo scetticismo verso la pittura femminile, che chiudeva loro le porte delle manifestazioni più rilevanti. Condividendo un’esperienza comune a molte altre donne, la giovane si confrontava difatti con le difficoltà che nascevano da una netta prevalenza maschile nel mondo della pittura, un mondo dove soltanto gli uomini sembravano degni di reale credibilità, quasi che lo svolgimento professionale dell’arte pittorica potesse essere considerato quale loro esclusivo appannaggio.
Sulla scia di queste riflessioni, i suoi pensieri andarono ad una pittrice, nata a Venezia nella prima metà dell’Ottocento e napoletana d’adozione per i lunghi anni ivi trascorsi. Elda Genovesi era la donna e pittrice che, attraversando quasi un secolo di storia e di vita, aveva celebrato l’universo femminile nelle sue molte forme e che, con il suo approccio grintoso e vitale, aveva vinto la propria battaglia riuscendo a vivere d’arte in un ambiente ed in un’epoca per tanti aspetti ancora ostili. In un mondo dominato dal conservatorismo culturale dell’Accademia da un lato e dal vuoto perbenismo della nobiltà dall’altro, la Genovesi aveva rappresentato una rara quanto pregevole eccezione. E a lei si era sempre ispirata Giulia nei momenti di maggiore sconforto. 
La giovane era assorta in questi pensieri quando, d’improvviso, avvertì la brezza trasformarsi in un brivido leggero sulle spalle nude, mentre lenta si levava una voce femminile ad accompagnare, quasi in un sussurro, le note che dall’impianto stereo si liberavano nell’aria. 
Giulia si guardò attorno, ma non vi era nessuno accanto a lei nella stanza, né alcuno degli ospiti sembrava essersi trattenuto nel cortile. Sporse leggermente il busto fuori dalla finestra, spingendo lo sguardo nelle anse meno illuminate del giardino. 
In un angolo, sulla panca sotto la grande magnolia, scorse una donna dai lineamenti non più giovani che, avvolta in un abito azzurro, le sorrideva. Giulia la guardò incuriosita, cogliendo in quel volto sembianze familiari. 
La donna, con un cenno della mano, invitò la giovane a raggiungerla in giardino. Giulia non ebbe esitazione, scese veloce le scale e, quando si ritrovò dinanzi alla donna, non ebbe dubbi: si trattava proprio della Genovesi. 
«Vieni, siedi accanto a me!» la esortò quest’ultima con voce allegra.
Giulia la guardò incredula, ma accolse l’invito e prese posto accanto a lei.
La Genovesi volse lo sguardo verso Giulia ed esclamò sorridendo: «I tuoi quadri sono piaciuti!»
Con una spontaneità che non le sarebbe appartenuta in altre circostanze e senza alcun timore, Giulia rispose: «E’ vero e questo mi rende felice».
«Ma c’è qualcosa che ti turba, vero?» chiese la donna.
«La pittura fa parte del mio modo di essere, contribuisce a definirmi e avrei difficoltà ad immaginare una vita senza tele e colori. Ma mi addolora la percezione che non ci sia davvero spazio per l’arte, almeno non secondo il mio modo di intenderla» rispose Giulia malinconica. 
La giovane si fermò un istante come a raccogliere i pensieri, riprendendo poi con maggior vigore: «Viviamo nella celebrazione dell’inutile, in un mondo in cui chiunque reclama per sé il titolo di artista, circondato da una platea acerba o ignorante che avvalora la legittimità di questa pretesa! E forse ciò che mi addolora di più è la battaglia che ci ritroviamo a combattere quotidianamente contro una società che diventa sempre più meschina e violenta; una società che arriva a ripudiare e distruggere l’arte ogni volta in cui sia portatrice di valori non condivisi. Così come mi sembra pura follia che le donne, certo in Oriente più che qui, debbano ancora accontentarsi di un ruolo secondario in qualcosa che è l’espressione di sé e della propria visione del mondo, come qualsiasi altra arte!»
La Genovesi sospirò: «Giulia, quella grettezza che oggi ti scandalizza è sempre esistita: rivendicare come arte ciò     che non lo è; distruggere ciò che non si capisce o condivide; disprezzare o ignorare ciò che non fa parte della propria tradizione e dei propri costumi sociali; o ancora, tentare di fermare il tempo ed il progresso culturale. Tutto questo fa parte dell’uomo e della sua chiusura mentale. Ed è questa chiusura, la difficoltà di aprirsi al nuovo e al diverso ad aver ostacolato anche la    pittura femminile. Quel che oggi accade in Cina o in Afganistan è quello che, sia pure in forme diverse, hanno vissuto le pittrici in Europa nei secoli scorsi. Ti parlo di tempi in cui le Accademie erano precluse alle donne ed in cui la pittura femminile era considerata soltanto un aspetto dell’educazione o un semplice passatempo.»
«Certo, ma a che punto siamo davvero arrivati oggi? Anche se nei musei, nelle sovrintendenze e in genere nel mondo dell’arte, molte donne riescono a farsi strada con successo, ho la sensazione che una reale parità non esista ancora! D’altra parte, la necessità di parlare continuamente di parità non significa forse ammetterne l’inesistenza?»
«Lo so come ti senti mia cara e, credimi, la tua frustrazione è comune a tutti coloro che hanno il talento e la sensibilità di comprendere cosa sia l’arte. Prova a guardare indietro, Giulia. Pensi che la vita sia stata facile per me? Pensi che lo sia stata per la Gentileschi o la Frai o per Suzanne Valadon, giusto per fare qualche esempio? Per tutte noi portare avanti la nostra passione ha implicato sacrifici. 
Ha significato fare i conti con una critica che ci ha sempre relegato nel dilettantismo, anche quando riteneva che i nostri quadri avessero spessore artistico. E pensa anche a tutte le pittrici che sono riuscite a guadagnare un piccolo spazio di fama soltanto vivendo della luce riflessa di mariti ben più noti.» 
Giulia tacque per qualche istante, poi disse con tristezza: «Ho sempre cercato di non arrendermi e di andare avanti per la mia strada, ma a volte ho la sensazione che sia impossibile far sentire davvero la mia voce.»   
«Dammi la mano» disse la Genovesi, alzandosi in piedi.  
«Voglio mostrarti qualcosa.» 
Giulia guardò la mano tesa verso di lei e, con un pizzico di esitazione, la strinse nella propria. D’improvviso il giardino, il palazzo e le lampare dei pescatori scomparvero lasciando spazio ad un tempo e ad un luogo diversi. 
Giulia riconobbe l’ampia sala del Gambrinus, con i suoi lampadari luccicanti, i tavoli tondi con le sedie rivestite di seta rossa, le statue e i dipinti ad arricchire le pareti. Poteva avvertire anche l’intenso aroma del caffè ed il profumo fragrante delle sfogliate alla crema.
In una sala scorse dei cavalletti su cui riconobbe alcuni tra i più celebri dipinti della Genovesi. Uomini e donne, elegantemente vestiti, si muovevano tra di essi, chiacchierando e sorridendo. 
Una grande tela, addossata ad una delle pareti della sala, attirò la sua attenzione. Non l’aveva mai vista, né esposta nei musei né proposta nei libri d’arte. Ritraeva una scena di battaglia: in un villaggio di campagna, uomini armati si lanciavano l’uno contro l’altro in uno scontro acceso, mentre una nuvola di polvere si sollevava nell’aria, mescolandosi alle nuvole basse che oscuravano il sole che tentava di far capolino dietro alle colline. In primo piano, due bambini stretti accucciati al suolo, stretti in un abbraccio terrorizzato, gli occhi serrati e le mani a proteggere le orecchie dalle grida e dagli spari. 
Giulia rimase colpita da quel paesaggio e da quei volti dall’espressione cosi intensa da sembrare reali. La giovane si sentì rapita, le sembrava di poter sentire l’odore intenso di polvere penetrare nelle narici, di udire le urla soffocate dei soldati che cadevano al suolo insanguinati. Poteva percepire il terrore impresso sul volto dei bambini; avrebbe quasi voluto allungare una mano e strapparli via da quella scena, portandoli al sicuro. 
Una voce la riportò alla realtà. Accanto al quadro, una Genovesi ancora giovane descriveva ad un piccolo gruppo di persone le ragioni che l’avevano portata a dipingere quella scena. La pittrice, ragazzina, si era ritrovata ad assistere impotente ad una cruenta battaglia durante le guerre d’indipendenza, che l’aveva segnata in profondità. 
Il pubblico esprimeva compiaciuto il proprio apprezzamento per la tensione emotiva del quadro, per l’espressività dei volti e per l’eccellente uso dei colori, quando un uomo, con monocolo e fazzoletto rosso nel taschino, si avvicinò alla grande tela, esclamando con aria sprezzante: «Quanti commenti lusinghieri! E’ facile credersi grandi artisti quando a giudicare le proprie opere è un pubblico compiacente o che ignora la vera arte!» 
Nella sala calò un silenzio carico di imbarazzo. L’uomo era un celebre critico d’arte, noto per i commenti sfrontati, ruvidi e per l’acceso maschilismo. Elda non reagì e l’uomo ne approfittò per proseguire nel proprio attacco: «Cosa crede signorina? Che sia sufficiente l’uso di colori scuri per riflettere la tragedia della guerra? E le sembra forse che in questo quadro ci sia armonia nelle proporzioni e nelle forme? E’ evidente mia cara, che lei non ha alcuna attitudine nel dipingere grandi tele. D’altronde è noto che soltanto i grandi possano cimentarsi in simili imprese. In fin dei conti, quante donne hanno osato approcciarsi a lavori di questo tipo? Ascolti il mio consiglio, faccia come tutte le altre signore: si dedichi alle miniature, alle nature morte e lasci la pittura storica a chi è in grado di confrontarsi con questi temi e con tele di simili dimensioni. Il rischio, diversamente, è quello di scadere nella mediocrità. E la pittura non ha bisogno di mediocrità» disse sottolineando le ultime parole con un sorriso tagliente. 
Elda abbassò lo sguardo, il viso arrossato dalla vergogna e dalla rabbia. Avrebbe   voluto gridargli di andarsene, di lasciare quella sala dove non aveva alcun diritto di entrare vomitando insulti e cattiverie. Un uomo che non era in grado di guardare oltre la punta del proprio naso e che doveva la propria posizione alla protezione   della famiglia reale e al conservatorismo che ancora resisteva nella società di quegli anni. Una società in cui la donna era relegata all’ambiente domestico dove le era concesso dipingere scene ritenute ad essa consone, la maternità, i giochi tra bambini, momenti della vita quotidiana.
Ma serrò stretti i pugni e tacque, consapevole che se avesse tentato di difendere i propri quadri e la propria dignità contro gli insulti di quell’uomo, avrebbe sortito l’effetto opposto, vanificando del tutto la possibilità di accedere ai più rinomati salotti del regno.
La piccola folla che la circondava si disperse nella sala in un silenzio imbarazzato, lasciando la giovane Elda sola e con il cuore in pezzi. 
In quel momento Giulia si ritrovò catapultata in un nuovo luogo. Si trovava in una stanza scura, con il tipico odore pungente della trementina. Da una porta giungeva una luce soffusa; la giovane vi si avvicinò e vide Elda singhiozzare. Appoggiata alla parete c’era la grande tela che aveva visto al Gambrinus. 
Vide Elda afferrare un punteruolo e distruggere ciò che con quelle stesse mani aveva creato, accasciandosi poi al suolo in un pianto disperato. Giulia provò un intenso dolore a quella vista, quasi potesse sentire dentro di sé il senso di sconfitta e la frustrazione profonda della pittrice. 
Si sentì nuovamente stringere la mano e la stanza scura satura di trementina lasciò spazio al profumo della notte, con il suo odore di gelsomini e di mare. Giulia sedeva di nuovo sulla panca del proprio giardino, accanto alla Genovesi sul cui volto era comparso un triste sorriso. 
«Come vedi Giulia, anche io ho dovuto combattere contro una società in cui esprimere la propria voce, specialmente quando si trattava di una donna, era davvero difficile. Ma questo non ha mai impedito, né a me né a tanti altri, di continuare a credere nell’importanza dell’arte, quella vera, quella non banale, quella che non si lascia lusingare dalla celebrità effimera o dal potere politico» osservò Elda.
«Quel che dici è vero. Ma a volte temo che la società stia sprofondando in un abisso senza fondo. Come posso comunicare qualcosa a qualcuno che non vuol vedere e sentire altro rispetto a ciò che vive e comprende? Come posso partecipare al processo di cambiamento di un mondo che in realtà non vuol cambiare?».
«Giulia, è proprio nei periodi come questo, in cui la società sembra perdere la propria identità e la propria direzione, che il lavoro di denuncia, ed allo stesso tempo di ricerca e di studio, dell’artista, uomo o donna che sia, diventa ancora più fondamentale. Adesso ti sembra di rimanere inascoltata, ma non è così. Tutto ciò di cui, attraverso la tua arte, dai ogni giorno testimonianza, contribuisce a ricostruire la coscienza sociale» rispose Elda. Ed aggiunse con maggior dolcezza: «E questo avviene anche se tu non te ne rendi conto. Giulia, cara, lo so che è difficoltoso farsi strada ed è altresì difficoltoso riuscire a sostenersi economicamente, ma se credi davvero nell’arte e nella sua funzione sociale, varrà la pena di sacrificare qualcosa della tua vita, giacché la ricchezza viene dalla consapevolezza che ciò che crei sarà eterno e che, con il tuo contributo, riuscirai a rendere forse migliore questo mondo. Ma questa è una scelta: nessuno esclude che tu possa voler scivolare nell’indifferenza, diventando cieca e sorda davanti alla realtà, o lasciando che le tue tele si impolverino rinchiuse tra le mura dello studio.»
Giulia si alzò dalla panchina e fece qualche passo verso la magnolia, i cui grandi fiori bianchi emanavano il loro caratteristico profumo dolce e penetrante. Non aveva sempre amato quel fiore per il suo significato? Non era la magnolia il simbolo della perseveranza? Quello che portava tatuato finanche sulla caviglia, come pro-memoria per i momenti in cui si sentiva sopraffatta dalle difficoltà. Accarezzò il tronco dell’albero.
«Sì Giulia, devi continuare a perseverare» disse Elda quasi le leggesse nel pensiero, «Tu come tutti gli scrittori, i musicisti e gli altri artisti - quelli, come dici tu, degni di questo nome - che vivono quest’epoca difficile. Rinunciare all’arte significherebbe rinunciare a se stessi ed al proprio ruolo nella società.» 
La Genovesi si alzò a sua volta dalla panchina. «Servirà tanto coraggio Giulia e so che tu ne hai!» e rivolgendo alla giovane un ultimo sorriso, si voltò scivolando lentamente nella notte. 
Le note della canzone d’improvviso cessarono.
Giulia si guardò attorno. Era sola. 
Era stato solo un sogno ad occhi aperti?
Guardò il fiore di magnolia che aveva tra le mani.
Non aveva importanza.
Le sue tele l’aspettavano. I suoi oli e le sue tempere avrebbero colorato la notte. 
Quella notte e tutte quelle che sarebbero venute.
Perché il mondo potesse, un giorno, essere irradiato di luce nuova.

lunedì 26 gennaio 2015

Racconto breve: Amal, viaggio al di là del Mediterraneo

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Foto: copyright © 2016 Andrea Giuseppe Sanfilippo
Amal manteneva pulito il suo angolo di strada.
Ogni mattina alle otto prendeva posto sul ponticello coperto in Via degli Olmi, appoggiava la sua borsa sul muretto accanto a lei, apriva uno sgabello su cui si sarebbe riposata nel corso della giornata e, armata di scopa e paletta, rimuoveva ogni rifiuto.
Non una carta, non un mozzicone di sigaretta sfuggivano al suo occhio attento.
Amal non poteva tollerare quel mondo sporco e disordinato e così carico di indifferenza, così diverso da ciò che le avevano promesso.
Durante il lungo viaggio che dalle sponde della Siria l’avrebbe portata in Italia, sognava di città e strade piene di fiori e colori.  Immaginava un mondo che profumava di libertà e di rispetto. Raggomitolata nel suo mantello scuro, il calore di quei sogni l’aveva riscaldata durante i gelidi giorni di viaggio in cui la pioggia, le onde ed il vento le sferzavano con violenza il viso. Le avevano promesso un lavoro dignitoso, la possibilità di studiare, la possibilità di avere una casa. Le avevano promesso la pace, un miraggio per una giovane che d’improvviso era stata catapultata nell’orrore della guerra.
Lei aveva creduto ciecamente a quelle promesse, ma giunta in Italia i suoi sogni si erano trasformati in amara disillusione.
Sbarcò di notte sulle coste europee, ed insieme ad altre donne fu separata dagli uomini, caricata con forza su un camion e nascosta tra casse maleodoranti. Il mezzo correva su una strada tortuosa. Amal veniva sballottata tra le casse nei continui sobbalzi. La testa le girava, sentiva lo stomaco contorcersi in spasmi.
In una campagna desolata, dopo un’interminabile giornata di viaggio, il camion fermò la sua corsa.
Amal e le altre donne furono spinte in un casale abbandonato, guardato a vista da uomini armati.
All’interno della costruzione altre donne giacevano su materassi di fortuna.  Amal chiese dove fossero e cosa stesse accadendo, ma in tutta risposta fu spinta via con insulti e schiaffi.
Prostituzione: ecco cosa le attendeva.
Amal si lasciò andare a terra sgomenta. Aveva lasciato l’orrore della guerra per qualcosa di ancor più ripugnante. Era terrorizzata, come terrorizzate erano le altre donne che avevano viaggiato con lei. Si strinsero le une alle altre contro il muro. Piangevano, si lamentavano, alcune pregavano a bassa voce quel dio da cui si sentivano abbandonate.
La notte stessa furono lasciate in una strada buia dove avrebbero dovuto attendere i loro clienti, uomini rozzi, senza dignità e senza rispetto.
Amal avrebbe voluto morire, essere inghiottita dall’asfalto nero.
Gli aguzzini che le tenevano prigioniere le avevano minacciate: se solo avessero tentato di fuggire o di chiedere aiuto avrebbero ucciso loro e le loro famiglie dall’altro lato del Mediterraneo.
Amal non aveva nessuno, era rimasta sola. Non aveva nulla da perdere.
Un’automobile le si accostò accanto, la costrinsero a salire.
Ma Amal non era sfuggita alla guerra e attraversato il mare per lasciare che la sua vita venisse ridotta in brandelli, il suo corpo e la sua mente profanati.
Appena l’auto si allontanò lei scongiurò l’uomo di lasciarla libera.
L’uomo la fissò per un instante e rimase incerto davanti allo sguardo implorante della giovane, ma il suo animo fu attraversato dall’intensità di quella supplica, e dal carico di dolore celato dietro quegli occhi.
Fu fortunata Amal quella notte.
L’auto si fermò. La ragazza, esitante, provò ad aprire lo sportello; l’uomo la guardò con aria incoraggiante.
Lei gli rivolse un ultimo sguardo di ringraziamento e cominciò a correre, quanto più veloce poteva.
Corse instancabilmente per ore e ore, riposando soltanto pochi minuti per volta.
Aveva paura di essere rintracciata dai suoi aguzzini o di essere fermata dalla polizia. Non aveva documenti, non aveva nulla con sé.
Stremata raggiunse una piccola cittadina. Iniziò a piovere. Lei continuò a vagare cercando riparo finché in lontananza vide un ponte coperto. Il Ponticello di Via degli Olmi.
E fu lì, sotto quel ponte che la ospitò in quella notte di pioggia, che ebbe inizio la sua avventura.
Arrivò il mattino, il sole era ormai alto e caldo mentre Amal si stiracchiava; le ossa le dolevano per l’umidità e la posizione rannicchiata che aveva assunto durante il sonno. Stropicciò gli occhi e vide dinanzi a sé due stivaloni marroni. Uno di quegli stivali batteva ritmicamente sulle vecchie maioliche del ponte.
Alzò lo sguardo spaventata e vide davanti a sé un donnone che le sorrideva con aria allegra e compiaciuta. A mento alto, la donna esibiva con una certa vanità i suoi capelli bianchi raccolti in un morbido chignon e spessi occhiali dalla montatura da gatto che incorniciavano occhi vivaci e briosi. Dal cappotto di lana verde scuro sbucava un lembo d’abito del colore delle susine mature mentre un foulard a righe le avvolgeva lezioso il collo.
“Oh, finalmente ci siamo svegliate!” esclamò con un tono di finto rimprovero. Ed aggiunse: “Sono ore che sono qui ad aspettare che ti svegli. Ti sembra l’ora?”
“Guarda!” proseguì sventolandole sotto il naso un sacchetto di carta che rilasciò nell’aria un profumo dolce e fragrante, “ho comprato anche la colazione! Ed è stato difficile resistere dal mangiare anche la tua parte! Ma ecco, è ancora tutto qui” aggiunse porgendole il sacchetto.
Amal la guardava incerta, frastornata dalla stanchezza e dalla voce squillante della donna. Le ispirava simpatia, ma poteva fidarsi? Buonsenso ed educazione le suggerivano di non accettare, ma lo stomaco non volle sentir ragioni.
“Forza!” esclamò impaziente la donna “che qui si fredda tutto!”
A quel punto Amal buttò all’aria quel che le avevano insegnato sull’accettare il cibo da estranei ed allungò la mano ad afferrare il sacchetto. Lo aprii e rimase inebriata dal delizioso profumo dei dolci, piccole e morbide brioches ripiene di marmellata alle more. Le mangiò lentamente assaporando ogni singolo boccone e sperando non finissero mai. Non aveva mai mangiato un dolce così buono.
Quando finì guardò la donna con un’aria mista di gratitudine e curiosità.
“Bene” disse l’anziana “adesso che hai fatto colazione possiamo presentarci. Io sono Eleide, mentre tu sei Amal. Vero?”
La ragazza la guardò d’improvviso spaventata e si strinse contro il muro. L’avevano trovata pensò! E forse l’avevano appena avvelenata con quelle brioches. Un lampo di terrore attraversò il suo sguardo, ma Eleide intervenne subito a tranquillizzarla. 
“Non devi aver paura Amal!” disse senza perdere il suo tono allegro e vagamente canzonatorio. “Sapevo che saresti arrivata. Avevo percepito il tuo arrivo quando eri ancora al di là del Mediterraneo e sapevo che in una notte di pioggia ti avrei trovata qui.”
Amal la guardava a bocca aperta ed occhi sgranati. Stava sognando? “Ma non capisco, tu…” balbettò Amal. 
“Non c’è bisogno di capire. Poco importa chi sia io. Ciò che importa è quel che ti attende, ma anche questo lo capirai a tempo debito. Per ora devi sapere soltanto che questo è il tuo posto e che qui sarai il sicuro. Ciao Amal, abbi cura di te!”. E così concludendo Eleide si allontanò.
Amal rimase per qualche minuto confusa, le sembrava impossibile che quell’incontro si fosse verificato davvero. Aveva avuto un’allucinazione? Il viaggio, la stanchezza, la paura forse le stavano giocando un brutto scherzo.
Tuttavia le briciole di brioches sul suo vestito non erano fantasia. Ma allora chi era quella donna e cosa aveva voluto dire con quelle parole? Decise di non pensarci, ma dentro di sé si sentiva rasserenata al pensiero che quello potesse essere il “suo posto sicuro”.
Si alzò, si guardò intorno e pensò che se quella piccola città e quel ponte dovevano essere il suo rifugio, occorreva trovare un tetto per la notte.  Presto sarebbe arrivato l’inverno e avrebbe rischiato di morire assiderata. Raccolse la piccola borsa che era riuscita a salvare durante il lungo viaggio e, con un pizzico di timore, iniziò a scendere le scale che dal ponte conducevano verso la via principale che aveva percorso la notte precedente sotto la pioggia.
Com’era diversa la cittadina adesso, illuminata dai raggi caldi del sole, mentre i suoi abitanti pian piano riprendevano le attività quotidiane: mamme che accompagnavano bimbi dagli zainetti colorati all’ingresso delle scuole, negozianti che lustravano le vetrine o che si godevano qualche raggio di sole in attesa dei clienti, ritardatari che si affrettavano lungo i marciapiedi.
Amal camminò per ore mentre il tepore di quella giornata di fine settembre le restituiva forze ed energia. Vagò per i vicoli stretti della città, tra i palazzi di pietra grigia dai cui balconi pendevano piante fiorite.
Ogni tanto incrociava qualche sguardo, a volte carico d’empatia, a volte di disgusto e disapprovazione.
Si sentiva così inappropriata, così sola. Lontana da tutto, lontana da ciò che era stata fino a quel momento. Guardò la propria immagine riflessa in una vetrina e provò vergogna.
Ma non era lei a doversi vergognare; non doveva appartenerle quel sentimento che avrebbe dovuto assalire piuttosto chi le aveva distrutto i sogni e le speranze, che l’aveva costretta ad abbandonare la propria patria e a ricominciare altrove. Forse l’Occidente non era ciò che le era stato promesso. Aveva trovato una strada buia al posto di una casa, un mestiere raccapricciante in luogo di un lavoro onesto, nemici pericolosi anziché una nuova famiglia.
Stava ormai calando il buio ed Amal non riusciva a trovare un luogo in cui dormire. Presa dalla stanchezza si adagiò su una panchina e cadde in un sonno profondo. La notte fu densa di incubi. Fotogrammi delle fiamme che avvolgevano la sua casa si accavallavano a spezzoni del viaggio in mare, al suo vagare fino alla piccola città. Nel sonno pianse, si agitò.
Al mattino fu svegliata da un cane che le scodinzolava festoso attorno. Ebbe un sussulto, veloce si alzò.
Vide una fontana e si lavò il viso. Era sconvolta, aveva paura, si sentiva disorientata. Non poteva più contare su nessuno. Ma lei non si sarebbe arresa, avrebbe dovuto dare un senso all’essere l’unica sopravvissuta della sua famiglia, spazzata via durante il violento attacco al suo villaggio.
Il suo nome significava speranza e lei non poteva smettere di sperare. Doveva aggrapparsi a qualcosa.
Decise che le parole di Eleide dovevano avere necessariamente un senso.
Si diresse verso il ponticello, seguita dal simpatico randagio. Forse quello era davvero il suo luogo sicuro e forse lì l’avrebbe attesa, in qualche modo, il suo futuro.
Raggiunse la scalinata che conduceva al ponte. Accanto ad essa vide uno sgabello e lo prese con sé per farne la sua sedia. Salì i gradini e lo posizionò al centro del ponte, prese posto e appoggiò le spalle alla parete. Lo sgabello era piccolo, scomodo, ma sentiva che le conferisse maggiore dignità.
“E adesso?” si chiese. “Adesso aspetto, anche se non so esattamente cosa aspettare” pensò tra sé.
Non trascorse molto tempo che un passante  lasciò cadere distrattamente qualche moneta accanto a lei. Per un istante pensò che le avesse perse ed era pronta a chiamarlo e riconsegnarle quando un altro passante le lasciò un’altra monetina. E poi un altro ed un altro ancora. Amal arrossì profondamente. Non intendeva chiedere l’elemosina. Guardò le monetine mentre lo stomaco gorgogliava affamato.
“Va bene” si disse “utilizzerò questi soldi per acquistare del cibo, ma io non voglio chiedere la carità a nessuno: questi soldi me li devo guadagnare.”
Si guardò attorno in cerca di idee. Aveva già notato con fastidio la gran quantità di immondizia che giaceva sulle scale e sulle maioliche impolverate. Ecco! Avrebbe lustrato il ponte e la scalinata fino a far sparire ogni granello di polvere. Vide accanto ad un bidone in Via degli Olmi una scopa ed una paletta e fu così che, sotto lo sguardo incuriosito dei passanti, cominciò a rimuovere la spazzatura.
Soltanto quando ogni foglio di carta appallottolato, ogni lattina ed ogni cicca furono sparite decise che poteva ritenersi soddisfatta. E soltanto allora andò ad acquistare del cibo e dell’acqua; non mangiava dalla mattina precedente ed era davvero affamata.
Dopo il frugale pranzo ritornò alla sua postazione.  Era incredibile come nel giro di un’ora il ponte fosse di nuovo sporco. Eppure c’erano i cestini per l’immondizia. Perché non usarli? Quanta indifferenza, pensò tra sé la ragazza, prendendo nuovamente scopa e paletta e rimettendosi all’opera.
Amal trascorse in questo modo quel giorno e i giorni che seguirono. Le notti, invece, le trascorreva in un piccolo cantuccio sotto il ponte.  Era nascosto, si sentiva sicura. Il nuovo amico a quattro zampe le faceva compagnia. Al mattino ciascuno prendeva la propria strada per poi ritrovarsi al tramonto e, nelle giornate in cui Amal riusciva a guadagnare abbastanza per comprare del cibo, divideva con lui quel che riusciva ad acquistare.
Passarono i mesi e la ragazza divenne una presenza normale nel quartiere, i passanti la salutavano, qualcuno si fermava a chiacchierare con lei, qualcuno le offriva del cibo o degli abiti caldi.  Soltanto di Eleide neanche l’ombra. Forse era stato davvero solo un sogno.
Ad Amal piaceva guardar passare tutte quelle persone, immaginare i loro pensieri mentre si affrettavano diretti chissà dove e chissà a far cosa. Immaginava le loro vite e i loro desideri ed immaginava come sarebbe stato poterli sentire e magari realizzare quelli più meritevoli.
Anche Amal aveva un desiderio:  il desiderio inespresso di ritrovare una vita normale e dignitosa; e proprio quando la speranza aveva cominciato lentamente ad affievolirsi, qualcuno quel desiderio lo realizzò.
L’inverno successivo a quello del suo arrivo nella cittadina fu molto rigido; da settimane la temperatura non superava lo zero. Amal si ammalò e per diversi giorni rimase rintanata nel suo cantuccio sotto il ponte, con la sola compagnia dell’allegro e affettuoso randagio.
Una mattina, finalmente, si sentì meglio ed anche il sole mandava tiepidi raggi. Amal uscì dal suo riparo e si avviò verso la strada principale e poi da lì si addentrò in alcuni vicoli che non aveva mai percorso.
Da una pasticceria le arrivò il profumo di brioches appena sfornate: brioches alle more! Non poteva sbagliarsi: era proprio il profumo delle brioches che le aveva portato Eleide.  Amal la raggiunse e rimase con il naso attaccato alla vetrina incantata dai grandi vassoi argentati su cui troneggiavano dolcetti, torte e biscotti. La pasticcera dall’interno la guardò e le fece cenno di entrare. Amal esitò un attimo, poi spinse la porta facendo tintinnare una campanella dorata. 
“Vieni avanti!” la incoraggiò la donna con aria affabile.
Amal non parlava, non sapeva cosa dire. 
Parlò per lei la donna. “Hai l’aria di chi ha passato una brutta avventura. Siedi, mentre preparo un thè.”
Amal si guardò in uno specchio attaccato alla parete dietro al bancone. Aveva davvero un pessimo aspetto, i capelli arruffati, le occhiaie, le scarpe infangate ed il suo maglione strappato sul braccio. Arrossì e provò a nascondere almeno lo strappo. 
La signora la guardò e sorrise. “Non devi vergognarti, sai, a tutti può essere successo di vivere un momento difficile.”
La donna lesse nello sguardo della ragazza una profonda sofferenza e la invitò a sedersi con un gesto della mano. Amal prese posto davanti a lei mentre la signora versava ad entrambe una tazza di thè al gelsomino.
Che profumo delicato aveva quel thè. Ad Amal tornarono in mente i pomeriggi in cui da bambina giocava nel cortile terroso della sua abitazione mentre dalla finestra aperta della cucina, sita al pianterreno, le giungeva quello stesso aroma. Respirò a fondo, chiuse per un istante gli occhi e per quell’istante le sembrò d’esser tornata a casa, d’esser tornata bambina, quando la Siria era un paese in pace e quando tutta la sua famiglia la circondava riempiendola d’affetto.
Riaprì gli occhi, la donna la guardava con dolcezza. Aveva grandi occhi chiari e capelli morbidi che le incorniciavano il viso tondo; un   grembiule a righe beige e rosa copriva una corporatura generosa. “Io mi chiamo Ilda. Qual è il tuo nome?” chiese la donna.
“Amal” rispose la ragazza.
“Ti va di parlarmi di te? Hai l’aria di chi deve aver sofferto molto” disse Ilda prendendo un sorso di thè.
Amal strinse tra le mani la tazza calda, inspirò e cominciò. Parlò della sua vita felice prima della guerra, una vita  in un piccolo villaggio vicino Aleppo; ricordò la sua terra che profumava di spezie ed incenso, la sua famiglia numerosa e allegra, i pomeriggi trascorsi a cucire i tradizionali scialle dalle tinte intense e vivaci. E ricordò la paura nei primi giorni di disordini, di attacchi, ricordò il suo villaggio saccheggiato, le fiamme, la violenza, la distruzione, la sua famiglia sterminata. Si era salvata soltanto lei. Quel giorno era ad Aleppo a comprare delle stoffe. Nonostante la paura e le difficoltà di quelle settimane, cercava di continuare a vivere la propria vita, ma quel giorno la violenza e la crudeltà umana avevano cancellato ogni possibilità di normalità.
Era al mercato quando si diffuse la notizia che il suo villaggio era stato attaccato e quando vi fece ritorno non ne restava più nulla. L’orrore, lo sgomento ed il dolore furono tali che dai suoi occhi per giorni non scese neanche una lacrima. Era bloccata come in un fotogramma. Era ancora lì ferma, immobile, davanti a ciò che restava della sua casa data alle fiamme, i corpi dilaniati della sua famiglia, l’odore del fuoco. Restava imbambolata, lo sguardo perso nel vuoto, mentre il vento soffiava portandole il pianto disperato dei bambini rimasti orfani, i lamenti strazianti di chi, come lei, aveva perso tutto.
I ricordi, la vita, il futuro. Nulla più restava e lei avrebbe voluto esser morta, come i suoi genitori, le sue sorelle e i suoi fratelli. Ma era condannata a vivere in una realtà violata in cui lei non era più in grado di riconoscere se stessa. Non restava che partire, scappar via lontano. Quante volte le avevano parlato dell’Occidente, quante volte aveva sognato di viaggiare e scoprire quei luoghi che profumavano di libertà. Come ogni giovane ragazza ne era affascinata.
In quel periodo sempre più famiglie lasciavano la Siria in cerca di salvezza: alcuni cercavano rifugio nei paesi vicini; caricavano sui loro mezzi intere generazioni, casse di ricordi e varcavano i confini sperando di trovare una possibilità di sopravvivenza. Altri, per lo più giovani, si lasciavano tentare da uomini senza scrupoli che con la promessa di una vita migliore li trasportavano, in cambio di cifre altissime, sulle coste dell’Europa.
Nulla più che trafficanti di uomini e di sogni. Anche Amal aveva ceduto a quell’illusione e ne era rimasta scottata. Adesso era approdata in questa piccola città, dove stava provando a ritrovare se stessa.
Quando la ragazza terminò il suo racconto, Ilda la guardava con occhi lucidi. 
“Amal” disse “la tua storia è davvero triste ed è terribile pensare che purtroppo accomuna così tante persone. Nessuno di noi né qui né altrove potrà restituirti il tuo paese e la tua famiglia, ma questa è una piccola città e sono convinta che potrai trovare un po’ di pace. Dal canto mio farò quel che posso per aiutarti. Puoi venire qui ogni mattina e avrai per te quanto necessario per nutrirti. Hai un posto dove dormire? Intendo un posto con un tetto.”
Amal scosse il capo. 
Ilda, dopo aver riflettuto qualche minuto, disse: “Vieni, mi è venuta un’idea.”
Si alzò e, preso un mazzo di chiavi accanto alla cassa, fece segno alla ragazza di seguirla. Uscirono dal negozio ed entrando in un vicoletto ad esso adiacente percorsero qualche metro prima di fermarsi davanti ad una piccola porta di legno. Ilda infilò la chiave nella serratura e la porta, cigolando leggermente, si aprì. 
“Ecco, questa è una piccola stanza che avevamo creato anni fa: serviva da appoggio per un ragazzo che ci aiutava in pasticceria. E’ piccola ma c’è un letto, un bagno ed una finestra. Lì in fondo c’è anche un piccolo fornelletto elettrico. Se ti va puoi stare qui. Certo occorre dare una bella pulita. Questo locale è rimasto chiuso per anni, ma potrà diventare accogliente” disse sorridendo.
Amal si guardò attorno: “Io…non posso accettare… non saprei come pagare…”
“Non ti preoccupare” rispose Ilda “questo è quello che io posso fare per te e i soldi non mi interessano. Questa stanza non occorre a nessuno e mi fa piacere poterti aiutare. Se vorrai potrai darmi una mano in pasticceria, sono rimasta sola ormai e un po’ di aiuto e di compagnia mi faranno piacere! Potrò insegnarti le mie ricette e tu potrai insegnarmi a preparare i dolci della tua terra!” disse con entusiasmo.
“Non so come ringraziarti. Davvero!” disse Amal con il cuore e lo sguardo colmi di gratitudine.
“Non serve ringraziarmi cara ragazza, noi tutti siamo responsabili di ciò che accade nel mondo, anche a migliaia di chilometri dalle nostre case e, quando possiamo, dobbiamo provare a porvi rimedio dando il nostro aiuto.”
Amal, il volto rigato da lacrime di felicità, strinse la mano della donna. Adesso anche lei aveva una casa, un lavoro e un giorno, chissà, avrebbe incontrato qualcuno di speciale con cui condividere la sua vita e costruire una famiglia.
Mentre rientravano in pasticceria, Amal intravide in lontananza un grosso cappotto verde ed un foulard a righe: da lontano Eleide, appoggiata ad un lampione, sorrideva soddisfatta.
L’orrore della guerra aveva cancellato tutto, aveva cancellato la terra ed il passato di Amal, ma non poteva cancellare i buoni sentimenti di chi ancora credeva nella solidarietà. E soprattutto non poteva cancellare la speranza in un mondo migliore.

mercoledì 14 gennaio 2015

Reportage: Oman, medio oriente in pace

(All rights reserved) Foto di Andrea Sanfilippo.
Il sole sta per tramontare dietro le colline pietrose di Muscat.
Grida di incoraggiamento, di gioia, di sconfitta provengono da uno spazio al di là di un muro. Ci avviciniamo ad un’apertura nella parete di cemento, un omone dal viso nero sbuca dalla grossa fenditura e ci incita ad entrare.
Scavalchiamo e davanti a noi si apre un campo di terreno delimitato da pietre e piccoli ciottoli: è in corso una partita di calcio dove due squadre miste di arabi, nigeriani ed indiani, con le maglie dei loro idoli, si battono per la vittoria, guidati dai rispettivi irruenti allenatori.
Assistiamo all’incontro accanto ad una scarna ma caldissima tifoseria fino a quando il canto del Muezzin inizia a risuonare tra le strade della capitale.
I giocatori si fermano di colpo, come al fischio dell’arbitro che annuncia il termine della partita. Un arabo che, con il suo bambino, ha seguito con noi la partita ci guarda e, sorridendo, ci spiega in un perfetto inglese che è arrivato il momento della preghiera.
Siamo in Oman. Quando la Moschea chiama, anche il calcio, sport molto amato, si ferma.
Ritorniamo anche noi sulla strada principale mentre i calciatori e i loro tifosi si affrettano verso la vicina Moschea. Salgono rapidi le scale, lasciano le scarpe all’esterno e si accingono ad entrare per inginocchiarsi e pregare il loro Dio.
Non possiamo entrare durante la preghiera: non siamo musulmani. Restiamo fuori alla grande struttura, dal cui minareto decorato, grossi altoparlanti diffondono il canto liturgico.
Una cantilena intensa, coinvolgente, persuasiva, che riempie l'aria, i cuori e che ti fa comprendere quanto sia dirompente la forza del loro credo.
Saliamo su un taxi. Il tassista recita a bassa voce qualche verso del Corano. Durante le ore di lavoro – ci spiega – i credenti sono esentati dalla preghiera in Moschea, ma lui come molti partecipa comunque spiritualmente a questi momenti.
Gli Omaniti amano parlare, amano raccontarsi, condividere il loro mondo e conoscere il tuo. L’ospitalità è parte della loro cultura e, con i loro visi aperti, il loro sorriso e la loro affabilità riescono a darne prova in ogni circostanza. Un’ospitalità ed una genuinità che non sono state strappate via dalla forte modernizzazione del paese.
Dopo un passato glorioso ed un periodo di involuzione nei primi del Novecento, l’Oman vive oggi un nuovo momento d’oro. Il Sultano Qabus bin Said che ha governato negli ultimi quarant’anni ha abbandonato la politica restrittiva e conservativa del suo predecessore in favore di una politica intesa ad una maggiore democratizzazione e alla crescita sociale ed economica del sultanato.
Ne parliamo con Stanley, un trentenne originario dell’India, da diversi anni in Oman. Lavora per una organizzatissima agenzia turistica. Appoggiato al fuoristrada aziendale, in camicia leggera e cravatta scura, pronto ad accompagnarci a ritirare la nostra auto, ci racconta di sè, dell’Oman, dei cambiamenti degli ultimi anni, di quanto sia stato fondamentale l’apporto dell’ormai anziano Sultano, profondamente amato dal suo popolo.
Benché l’Oman non sia il più ricco tra i paesi della Penisola Araba, i suoi abitanti godono oggi di un buon tenore di vita, come testimoniano le auto di grossa cilindrata lungo le strade e le gioiellerie sempre affollate, a Muscat come nella piccola città fortificata di Nizwa, famosa per la vendita di oro ed argento.
Attraversiamo con Stanley il quartiere di Ruwi, uno dei più recenti della capitale, che sta progressivamente estendendo i propri confini; qui la crescita economica è percepibile in maniera ancora più sensibile. Grandi ed eleganti palazzi si susseguono l’uno dopo l’altro in questa nuova area residenziale e commerciale.
Apprendiamo che l’economia dell’Oman sta lentamente cambiando. In un paese dagli scarsi giacimenti petroliferi, la pesca in primis così come l’agricoltura, l’allevamento e le attività artigianali hanno sempre rappresentato le principali risorse di questo piccolo sultanato nel fondo della penisola arabica. Ma oggi la politica del paese è nel senso di una sempre maggiore diversificazione che punta alla crescita degli scambi commerciali, anche grazie al libero scambio con gli USA, e alla crescita di un turismo di qualità.
Pulizia, ordine, cura per i dettagli. Fiori e prati all’inglese ovunque: distese di petunie e di manti erbosi non solo nelle vicinanze delle istituzioni o dei luoghi di culto o sul lungomare che si stende in otto chilometri di marmi e mosaici, ma anche lungo le strade che si allontano dalla capitale per addentrarsi poi tra le montagne o discendere lungo la costa.
Cantieri fioriscono ovunque per la creazione di strade, ponti ed infrastrutture che riflettono un gusto che mescola in equilibrio di grande raffinatezza l’architettura tradizionale e i più moderni dettami di linearità ed essenzialità.
La cura che l’amministrazione dedica al proprio territorio riflette perfettamente la via prescelta dal Sultano: rendere l’Oman un paese moderno, vivibile per i sudditi e attraente per il turismo internazionale.
In questo contesto gioca un ruolo importante anche la politica di rafforzamento della tutela ambientale, uno degli aspetti fondamentali di questi ultimi quarant’anni di sultanato. Il Sultano ha sempre sottolineato, infatti, la necessità di proteggere le risorse naturali del paese e ha sempre sostenuto campagne intese ad educare la popolazione ad una maggiore consapevolezza e sensibilità a tematiche ambientali. Si pensi alla delicatezza dell’ecosistema dei deserti dove gli accumuli di spazzatura – che a quelle temperature sono sottoposti ad un processo molto rallentato di decomposizione e smaltimento – rischiano di alterare un equilibrio sensibile anche ai più impercettibili cambiamenti.
La crescita del sultanato, dunque, è anche crescita culturale e sociale, come testimonia tra l’altro anche l’aumento del livello di scolarizzazione e l’accesso – ormai anche da parte delle donne – ai livelli più alti d’istruzione.
Le donne: un tema delicato che inevitabilmente incuriosisce gli occidentali.
Nonostante una presenza ancora forte di donne che, per scelta o per costrizione, indossano il velo integrale, in Oman si registra una significativa differenza rispetto a realtà profondamente conservative come, ad esempio, quelle dell’Arabia Saudita.
Camminando per strada, entrando nelle sartorie dedicate alla moda femminile, percorrendo i vicoli dei suq, ci incontriamo, ci urtiamo, ci scambiamo sguardi carichi di curiosità, il mio viso libero da veli, loro nascoste dietro tulle neri che lasciano intravedere appena lo sguardo. Le donne più conservative appaiono schive, votate ad una naturale riservatezza e diffidenza, come se quel velo nero fosse una barriera tra loro ed il mondo, ma se riesci a dimostrare che ne rispetti la vita e la cultura, se ti mostri affabile e solidale allora lasciano intravedere qualche piccola crepa in quel muro e riesci a strappar loro un sorriso, una parola.
Accanto a questa fetta più tradizionalista, vi è un gran numero di donne che sceglie uno stile di vita più moderno, che non porta il velo o che si limita a coprire i soli capelli. Generalmente si tratta di giovani ragazze che hanno avuto accesso ad un più elevato grado di istruzione, che lavorano, viaggiano e vivono a contatto con culture di ogni tipo. Appaiono più aperte al dialogo, come la collega di Stanley, una ragazza sui trent’anni, gli occhi scuri carichi di brio e vitalità. Vede la patente di guida tedesca, ci racconta del suo viaggio a Berlino, ci chiede di noi, dei nostri programmi. E’ simpatica, socievole e, come molti Omaniti, ha voglia di scambio culturale.
Dai suoi racconti scopriamo che nel piccolo sultanato, le donne godono di libertà ed indipendenza, più di quanto si possa immaginare. Studiano, lavorano, votano, guidano l’auto, amano ballare, escono con le amiche.
Nei tatuaggi e le unghie laccate, negli occhi magistralmente truccati, nei lembi di stoffa dalle tinte vivaci e luccicanti che si intravedono sotto i veli e gli abiti neri, cogli un universo fatto di colori, di vita, di vanità. Certo, questo stona con la forte separazione spaziale che vige nei luoghi pubblici, stona con l’eccessivo senso di “privacy” cui è ancora improntata la vita di molte di loro. Ma quel che si coglie, parlando con la gente del luogo, è che qualcosa stia cambiando; che, ferme le solide radici della cultura tradizionale, la popolazione femminile è orientata ad affermare sempre più i propri diritti costringendo anche i più conservatori a fare i conti con la modernizzazione culturale del paese.
Ma qual è il ruolo dell’Islam in questa terra?
L’Islam è e resta la guida di questo popolo, ne impregna la cultura, ne scandisce la vita quotidiana, con i suoi sacri principi che spingono al rispetto, alla pace, alla giustizia e che trovano traduzione nella profonda ospitalità, nella genuinità e nell’altruismo che contraddistingue gli omaniti.
Benché sia la religione prevalente, in questa regione della penisola arabica, l’Islam convive pacificamente con altre numerose religioni: il cristianesimo, l’induismo, il sikhismo, il buddhismo, il giaismo e via seguitando, che si sono diffuse per la massiccia presenza di stranieri.
Gli immigrati provengono principalmente dall’India come il nostro nuovo amico Stanley, ma nel nostro viaggio incontriamo uomini provenienti anche dal Bangladesh, dal Beluchistan, dal Pakistan e dall’Africa; i più lavorano nella ristorazione o sono impiegati nelle attività manifatturiere.
Ci fermiamo a chiacchierare con alcuni di loro; tutti ci concedono una piccola intervista e, fieri, si lasciano ritrarre in fotografia.
Ci spiegano che la politica del sultanato è nel senso di garantire lavoro ed integrazione agli immigrati e che ciò attira un numero sempre maggiore di stranieri. Benché molti siano meno fortunati del nostro amico Stanley e siano costretti a lavori più umili e faticosi per stipendi più bassi rispetto a quelli degli Omaniti, giudicano comunque buone le loro condizioni di vita.
Molti lasciano le loro famiglie nel paese d’origine, trascorrendo la maggior parte dell’anno in Oman. I più  finiscono col trascorrere quasi tutta la propria vita lontano da moglie e figli; i pochi fortunati riescono a rientrare stabilmente a casa dopo cinque, dieci anni di lavoro e quando incontri uno di loro, vedi il viso distendersi in un sorriso, lo sguardo illuminarsi di gioia, fiducia, di un senso di vittoria.
Omaniti, indiani, Beluchistani, Pakistani, Nigeriani. Popoli diversi, lontani nella cultura, nella religione, nelle tradizioni, ma tutti vicini nel desiderio di conoscersi, capirsi e vivere in armonia.
E così ti ritrovi seduto in un capanno di barasti, adagiato su tappeti e cuscini dalla caratteristica fantasia rossa e nera, il solo sottofondo musicale dello Uit beduino a cullare il silenzio del deserto, mentre bevi thé in compagnia di uomini provenienti da tutto il mondo e ti senti come fossi a casa. 
In un Medio Oriente che sa di pace, di rispetto, di vita.

Per visualizzare il Reportage Fotografico completo realizzato da Andrea Sanfilippo, è possibile visitare il seguente link: "A Tale of Modern Oman".

martedì 21 ottobre 2014

Estratto da "Dominique": Mathis

All rights reserved.
(...) Mathis era riuscito a realizzare sia pure con gran fatica il desiderio di diventare archeologo e da poco aveva avuto un importante assegno di ricerca alla Sorbona.
Lo vidi arrivare affannato e di corsa come sempre.
“Ciao Dominique! Scusa il ritardo, ma sono cominciate le sessioni estive e il dipartimento è in delirio. Il professore è furibondo perché secondo lui il livello di preparazione dei ragazzi è bassissimo e sta bocciando davvero tanto. Il risultato è che ci stiamo trovando file di studenti disperati all’orario di ricevimento.”
“Ha ragione?” chiesi.
“Bah! Il livello di preparazione negli anni anziché aumentare è certamente diminuito. Non so se è colpa nostra; se, distratti da mille impegni, non riusciamo a dar loro sufficiente supporto o se non riusciamo a trasmettere la passione per queste materie. In generale, però, vedo che raramente c’è reale voglia di approfondire, di acquisire gli strumenti necessari per diventare un vero archeologo. Vedo superficialità e soprattutto poca voglia di sacrificarsi per conseguire gli obiettivi. Eppure quei sacrifici dovrebbero essere sorretti dalla passione per l’archeologia. Diversamente non avrebbe neanche senso iscriversi ad una facoltà come questa che di sacrifici ne richiede tanti sotto ogni aspetto. Tu l’hai visto, Dominique, quanto mi è costato e quanto mi costa tutt’ora fare questo lavoro, ma ciononostante sono sempre andato avanti per la mia strada facendo del mio meglio”.
Lo guardavo mentre parlava, i capelli scompigliati e l’aria stanca e accaldata, e pensavo al senso delle sue parole.
Sorrisi immaginandomelo sotto il sole cocente dell’Egitto durante gli anni della gavetta in cui, insieme ad altri studenti, armato di vanghe e scarponi, veniva impiegato per portare avanti nuovi scavi. Quello stesso ragazzo che poteva sopportare i trek e le scalate nel gelo e nella neve, non poteva tollerare minimamente il caldo, come testimoniava la sua aria stravolta in quella calda giornata di luglio. Ma sapevo che non erano, certamente, solo quelli i sacrifici cui faceva riferimento.
Per riuscire a guadagnarsi un posto all’Università, in un ambiente chiuso come quello degli archeologi, Mathis aveva dovuto fare immensi sacrifici; aveva dovuto studiare e lavorare duro più di chiunque altro; aveva dovuto tollerare soprusi e angherie di ogni genere. Il professore, con cui aveva collaborato sin dall’inizio e che ne apprezzava moltissimo le qualità intellettuali e la passione, non era riuscito a proteggerlo da ingiustizie che ne avevano rallentato la carriera; soltanto con il mutare di alcuni equilibri alla Sorbona, i suoi sforzi erano stati finalmente premiati consentendogli di ottenere i meritati riconoscimenti.
Ma sapevo anche che, in parte, quei riconoscimenti non avrebbero potuto ripagare Mathis di qualcosa che nessuno gli avrebbe più restituito: durante il dottorato aveva conosciuto Ariel, una ragazza parigina che studiava arte contemporanea; insieme erano diventati una coppia unita e affiatata, a dispetto dei lunghi periodi che erano costretti a trascorrere  lontani ogni volta che Mathis veniva inviato dall’Università in nuovi luoghi di scavo.
Un anno, però, fu chiamato a partecipare a dei lavori in Africa per il recupero di reperti probabilmente di epoca preistorica, rinvenuti da un esploratore del National Geographic in un'area giudicata sino a quel momento inaccessibile.
Per Mathis era l'occasione della vita; avrebbe potuto sovrintendere uno scavo la cui importanza era considerata eccezionale, anche in considerazione del luogo del ritrovamento che avrebbe potuto aggiungere nuovi tasselli alla ricostruzione delle migrazioni preistoriche attraverso l’attuale continente africano.
L’apertura del nuovo cantiere era stata particolarmente complessa per l’inaccessibilità del posto e per la difficoltà delle comunicazioni.
Per tre mesi Mathis era rimasto quasi del tutto isolato dal mondo; riusciva a parlare con Ariel soltanto una volta a settimana e non senza difficoltà, dopo alcune ore di cammino per raggiungere il villaggio più vicino.  All'improvviso, però, Mathis aveva cominciato a sentirla strana, il tono della sua voce tradiva un’agitazione e una tristezza che non le appartenevano, ma ad ogni domanda Ariel era evasiva. Mathis era preoccupato, non sapeva cosa pensare, temeva che la distanza la stesse allontanando; non sapeva che qualcosa di più terribile stava accadendo e che la situazione sarebbe improvvisamente precipitata.
Un giorno, arrivato al villaggio per la comunicazione settimanale, trovò un messaggio dei genitori di Ariel in cui gli chiedevano di contattarli urgentemente perché la ragazza stava male e lui doveva rientrare il prima possibile. Mathis fu preso dal panico; era passata quasi una settimana da quel messaggio. Aveva il cuore impazzito e con le mani tremanti compose il numero scritto sul biglietto sbagliando più volte. Infine la voce della sorella di Ariel gli rispose dall’altro capo del telefono: “Cloe, sono Mathis, ho letto il messaggio, cosa sta succedendo?”.
Cloe rispose con un filo di voce: “Mathis…Ariel…è morta…”.
Mathis rimase come paralizzato, la voce si era strozzata in gola.
Cloe piangeva “Mathis è successo all’improvviso. Dopo un paio di settimane dalla tua partenza è svenuta, i colleghi l’hanno portata in ospedale e dagli accertamenti è emerso che aveva una gravissima forma di neoplasia del sangue. Ma non pensavamo che sarebbe successo tutto così velocemente. Anche Ariel non lo pensava, per questo non ti ha detto niente. Non voleva che ti preoccupassi, non voleva che tornassi per lei. Continuava a ripetere che per te era un’occasione troppo importante e che se fossi tornato la tua carriera avrebbe potuto essere compromessa. Era convinta di riuscire a salutarti, ma le sue condizioni sono peggiorate all’improvviso. Abbiamo provato a contattarti, ma non ci siamo riusciti. Mathis sei stato il suo pensiero, fino all’ultimo momento…”.
Ma Mathis non ascoltava più, reso sordo e inerme da un dolore improvviso e insopportabile.
Una rabbia enorme lo assalì, maledisse quel luogo e quel lavoro che l’avevano portato lontano quando più di qualsiasi altro momento avrebbe dovuto essere a Parigi; maledisse se stesso per non aver capito cosa stesse succedendo ad Ariel.
Mancavano due settimane al rientro previsto in Francia, solo due settimane. Perché Ariel non aveva resistito?
Non vedendolo tornare, i suoi colleghi si allarmarono ed un gruppo si mise in cammino per cercarlo. Arrivarono al villaggio che il sole era tramontato e lo trovarono ancora seduto accanto al ricevitorie del telefono con il volto stravolto. A stento riuscì a raccontare l’accaduto. Il gruppo di ragazzi prese in mano la situazione; contattarono il professore che dirigeva i lavori ed  organizzarono il rimpatrio immediato di Mathis.
Il rientro a Parigi fu terribile così come lo furono i mesi successivi.
Mathis sembrava aver perso del tutto la sua vitalità ed anche l’archeologia era diventata uno spettro nero cui sfuggire piuttosto che la passione di una vita da cui trarre forza ed energia.
Ma poco a poco reagì e si rese conto che non avrebbe potuto gettare nel nulla il sacrificio che Ariel aveva fatto: avrebbe ripreso il suo percorso e lo avrebbe fatto con la dedizione e l’impegno di un tempo, l’avrebbe fatto per Ariel.
Mentre parlava, adesso, era sereno, era tornato il ragazzo di un tempo; certamente con una ferita profonda la cui cicatrice negli anni avrebbe continuato a provocargli dolore, ma stava andando avanti, aveva ripreso in mano la sua vita e la stava vivendo nel modo migliore che poteva riuscirgli. (...)

mercoledì 1 ottobre 2014

Racconto breve: La sfida di Jörg


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Andrea scorreva rapido il giornale come ogni mattina, mentre sorseggiava il suo consueto caffè nero senza zucchero, quando fu colpito da una notizia: Jörg, figlio di un alpinista di fama mondiale, avrebbe scalato di lì a poco l’invincibile parete Nord dell’Eiger in solitaria, senza imbraghi e corde di sicurezza. Fino a quel momento nessuno aveva osato tanto.
Andrea aveva conosciuto Jörg alcuni anni prima in occasione di un’altra nota impresa di un alpinista italiano ed erano rimasti successivamente in contatto.
Quando la redazione della rivista per cui lavorava gli propose di seguire l’ascensione in diretta non ebbe esitazione e partì subito per Grindelwald.
Jörg era schivo e rifuggiva qualsiasi contatto, in particolare con i giornalisti e gli altri alpinisti che nelle ultime settimane l’avevano accusato di follia, egocentrismo e superficialità. Rivedere Andrea in quell’ambiente ostile fu per lui un sollievo, si ritrovarono con la gioia di due vecchi amici e trascorsero insieme i giorni antecedenti l’impresa.
La notte precedente la scalata, i due ragazzi sedevano in silenzio all’esterno della guesthouse alla base del ghiacciaio. Il cielo era limpido e si riuscivano a scorgere nitidamente le stelle; le cime bianche dell’Eiger, del Mönch e della Jungfrau erano illuminante dalla luce della luna nuova. Sotto quella luce sembravano così imponenti, maestose, regali. Ma non facevano paura, l’Orco non sembrava meritevole della sinistra fama di ghiacciaio assassino. Ispirava rispetto come solo la montagna sa fare. E loro erano lì, assorti in quella sensazione di pace e di calma.
Jörg ruppe il silenzio. “Tutti mi chiedono perché lo voglio fare. Mi hanno dato del pazzo, del fanatico, dell’eroe. Ma non è per questo che lo faccio.  Io non devo dimostrare niente a nessuno; non ho bisogno di catalizzare l’attenzione, di sentirmi dire 'bravo' e tantomeno mi spinge il desiderio di eguagliare o surclassare mio padre. Per me, Andrea, la montagna non è un oggetto e scalare non è un mezzo di affermazione. Non c'è nessun luogo e nessun momento al mondo in cui mi senta libero come nelle ore trascorse sulla roccia nuda o tra i ghiacci.  Ti stanchi, corri dei rischi, a volte ti fai anche male, ma la sensazione che provi ogni volta che scali una parete è davvero insostituibile.”
“Capisco le tue sensazioni, le vivo anche io da alpinista, ma non capisco perché spingersi sino al punto di rischiare la vita. L’Eiger è sempre stato il sogno di tutti e anche io desidero scalarlo, ma se già è così pericoloso farlo in sicurezza, perché hai deciso di andare così oltre? Perché farlo in solitaria?”
“Perché in quel momento ti senti completamente libero; ci sei tu e c’è la parete che stai scalando, senza legacci, senza impedimenti. Immagina di correre su un prato con delle corde che ti trattengono e poi, improvvisamente, sentire le corde che si sciolgono, le gambe e le braccia libere… scalare in solitaria ti dà la stessa sensazione, lo stesso slancio vitale. E’ difficile da spiegare ma mai come in quei momenti avverto un senso di completezza. Ti senti davvero parte della parete, come fossi una sua naturale appendice. Non hai paura, senti che non può accaderti nulla. Sei pervaso da un senso di profonda fiducia. Fiducia nella montagna, fiducia in te, nei tuoi piedi e nelle tue mani. E conta solo quello. Scali sentendo solo il rumore del vento e dei tuoi battiti. E quando arrivi in cima, non è il senso di vittoria sui pericoli della natura quello che provi. E’ un senso di calma infinita, di appagamento, di pienezza.”
“Ma non è anche un modo per dimostrare a te stesso che ce la puoi fare? Non c’è una componente di sfida o di vanità?”
“Vanità senz’altro no. Una componente di sfida c’è ma non con la natura. La montagna non è da sfidare e sconfiggere. La montagna va rispettata e approcciata con umiltà. L’errore di molti alpinisti è quello di non rendersi conto di questo e da ciò derivano anche molti incidenti. L’uomo ha sempre avuto la cieca e ottusa presunzione di poter fare della natura ciò che voleva ma, ripeto, il rapporto così impostato è sbagliato. Perderai sempre. Devi sapere quando fermarti. Devi sapere quando tornare indietro, quando rinunciare. Non devi mai sottovalutare i segnali che la montagna ti dà e devi accettarli. Io amo scalare più di ogni altra cosa al mondo ma la vita non vale una montagna.  La sfida, sai Andrea, è un’altra e forse anche per te è così: la sfida è con te stesso. Ma non nel senso di voler dimostrare di essere il più bravo, il più resistente ed il più forte di tutti. La sfida è con la tua paura e la tua umanità. Scalare ti aiuta a conoscere te stesso, a misurare le tue capacità, a valutare le tue attitudini e a superare i tuoi limiti. Ti aiuta a crescere e a raggiungere una maggior consapevolezza di te. E questo ti aiuta in montagna come nella vita di tutti i giorni. In montagna ti consente di ottenere risultati che prima ti sembravano irraggiungibili; nella vita di tutti i giorni ti fa capire qual è la tua posizione nel mondo, ti dà una maggiore capacità di concentrazione sugli obiettivi, maggiore sicurezza e, per certi aspetti, anche maggiore leggerezza nell’affrontare le cose. Impari a dare il giusto peso a tutto. Ci sei tu e lo senti, ti senti in ogni cellula, in ogni pensiero e sai che non potrai perderti mai.”
“Perché proprio l’Eiger?” chiese Andrea.
“Perché lo sogno fin da quando ero bambino. In Austria come in Italia ci sono decine di montagne meravigliose, ma la prima volta che l’ho visto ho sentito che volevo scalarlo. E tre anni fa l’ho scalato per la prima volta; negli anni successivi ho percorso diverse vie, ma la Via Heckmair è rimasta nel mio cuore. E’ una via intensa, piena di vita, senti la roccia pulsare ad ogni movimento. Il passo dallo scalarla con le corde a volerla vivere in solitaria è stato breve. L’ho desiderato subito e non mi son tolto più quel pensiero dalla testa fino a qualche mese fa, quando ho sentito che quel momento era arrivato, che ero pronto per poterlo fare. L’età giusta, la giusta preparazione fisica e mentale.”
“E tuo padre cosa ne pensa? Ha glissato con la stampa.”
“Sì, alla stampa si è limitato a dire che era una mia scelta e che ogni alpinista è responsabile delle proprie decisioni. A casa abbiamo discusso, ad un certo punto abbiamo anche litigato. Mi ha detto che era una pazzia, ma lo ha detto solo perché sono suo figlio. In cuor suo, lo so che ha capito, che ha capito le ragioni che mi hanno spinto ad affrontare questa impresa. So che è spaventato come lo sarebbe qualsiasi genitore, forse anche di più; ma quella parete l’abbiamo scalata insieme e sa che ce la posso fare.”
Quel momento di confidenza lasciò ad Andrea una sensazione positiva. Tuttavia aveva bisogno di capire meglio quel ragazzo introverso e aveva bisogno di guardare oltre l’apparenza di una sfida che sapeva di superbia.
Andarono a dormire.
La notte Andrea non chiuse occhio e all’alba sgusciò dalla sua camera. Uscì all’esterno e rimase senza fiato nel guardare il panorama che gli si stendeva davanti. Il bianco delle cime riluceva nell’aria leggera e nei colori delicati di quelle  prime ore del mattino.
Dopo poco anche Jörg si alzò, lo raggiunse e si salutarono silenziosamente con un cenno del capo. Il momento era quasi arrivato. L’aria era densa di emozione, adrenalina, timore.
I primi giornalisti cominciarono ad arrivare, le prime videocamere si accesero ad immortalare il paesaggio.
Jörg in breve fu pronto per la partenza, era calmo e concentrato. Lanciò all’amico giornalista uno sguardo carico di energia e fiducia; quella stessa fiducia di cui gli aveva parlato il giorno precedente.
Andrea si posizionò dove meglio poteva seguire l’ascensione.
Jörg attaccò dalla variante a destra del Primo Pilastro, procedendo velocemente per i primi corti gradini, le cenge e i canali sino al Pilastro spezzato.
E da qui il traverso orizzontale verso destra sino all’inizio della Fessura Difficile e poi sempre più velocemente verso l’alto, attraverso i passaggi chiave: le lisce placche del Traverso di Interstoisser, il bivacco del Nido di rondine e subito  dopo il primo ed il secondo Nevaio.
Jörg saliva spedito con i soli ramponi e le piccozze. Era veloce, fluido, caparbio.
Superò agevolmente il Ferro da Stiro ed il Bivacco della Morte così chiamato per la tragedia del 1935 in cui due alpinisti tedeschi colti dal maltempo vi persero la vita.  Superò poi il Terzo Nevaio. Proseguii oltrepassando i punti successivi sino alla Traversata degli Dei procedendo poi, in orizzontale, fino al Ragno Bianco. Andrea ricordava bene la fama di quel punto e i pericoli che in quel punto non avevano risparmiato numerosi alpinisti in passato.
Jörg ne fu velocemente fuori superando il tratto più esposto, ma improvvisamente una scarica di sassi scese dall’alto sfiorandolo.
Andrea chiuse gli occhi, un silenzio di morte calò alla base del ghiacciaio e gli sembrò che il tempo si fermasse. Dopo interminabili istanti un urlo di gioia si levò nell’aria, riaccostò il viso al binocolo e vide Jörg in salvo; una minuscola cengia sopra di lui lo aveva protetto dall’impatto con i massi più grandi.
Andrea sentiva il cuore pulsare con forza, i battiti accelerati dall’ansia e dall’adrenalina. Jörg riprese senza ombra di esitazione la sua corsa sul ghiaccio, una piccozza avanti l’altra, dritto fino alla luminescente fessura di quarzo.
La parte più rischiosa era superata.
Il giovane alpinista proseguiva ormai inarrestabile su per i Camini terminali, lungo l’affilata e instabile cresta di neve tra le pareti Nord e Nord Est.
Mancava pochissimo. Un piccolo errore sarebbe stato fatale, ma Andrea non voleva e non poteva pensare in negativo.
L’obiettivo era vicino, l’impazienza cresceva.
Jörg raggiunse il Nevaio Finale e poi la Mittellegigrat, affondando pericolosamente nei cumuli di neve fresca. La fatica stava prendendo il sopravvento, arrancò, cadde ma in un guizzo di energia fu di nuovo in piedi.
Andrea tratteneva il respiro.
Mancavano pochi metri, vide Jörg cadere ancora ma veloce rialzarsi e in un’ultima stremata corsa conquistare la vetta. Ce l’aveva fatta, era in cima!
Lo vide esultare con le braccia alzate.
Intorno ad Andrea si levò un urlo liberatorio. Un clima di festa e di gioia si diffuse tra la folla di giornalisti e curiosi che si erano accalcati per assistere all’ascesa.
Quando Jörg rientrò alla base era davvero raggiante. Suo padre che fino a quel momento era rimasto in disparte, gli corse incontro e lo strinse orgoglioso.
Fu davvero un’esperienza meravigliosa, non solo perché Andrea poté raccogliere la testimonianza di un’impresa significativa a livello alpinistico, ma anche e soprattutto perché gli aveva fornito un punto di vista d’eccezione da cui guardare il rapporto uomo-montagna. In un ambiente in cui troppo spesso la competizione diventa l’elemento preponderante e la montagna un mero terreno per dimostrare la propria bravura, questo ragazzo, con il suo approccio schivo e umile, aveva regalato una nuova prospettiva al mondo dell’alpinismo ed aveva altresì mutato la fama di quel ghiacciaio: imponente, temibile, ma non più irraggiungibile e mortale.

martedì 30 settembre 2014

Racconto breve: Tutt'intorno silenzio

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Patagonia Meridionale. Mentre l’aereo atterrava sotto una pioggia fitta Giulia ripensava alla prima volta che era arrivata a Punta Arenas e alle sensazioni che avevano accompagnato quel viaggio.
Un devastante incendio aveva distrutto un’estesa area del parco nazionale del Torres del Paine e, quando, dopo alcune settimane, furono sedate le fiamme, un team internazionale di studiosi accorse sul posto per una prima stima dei danni.
Giulia, ricercatrice di biologia ambientale, fu tra i primi ad arrivare nell’area; quando la piccola imbarcazione che, dalla cinta più esterna del Parco, attraversando il Lago Peohè, l’aveva condotta al Rifugio Grande, una delle zone più colpite dall’incendio, ciò che vide fu uno spettacolo che la lasciò sgomenta.
Come studiosa, come alpinista, come essere umano.
Aveva visto le immagini del Parco prima che le fiamme lo divorassero e la bellezza di quei paesaggi l’aveva colpita profondamente: i grandi laghi dall’acqua turchese, le torri di granito, le foreste dense di vegetazione erano un palpitare di vita.
Nulla restava ormai, se non un debole battito di quel cuore pulsante nelle lande desolate della Patagonia Meridionale. Davanti a sé Giulia vide un paesaggio di morte in cui il verde delle foreste e dei prati ed i colori dei fiori avevano ceduto il passo a pendii anneriti dalle fiamme, prati coperti di cenere, tronchi nudi e scuri che, come scheletri in una macabra danza, si piegavano e scricchiolavano sotto la forza imperiosa del vento.
Ed era rabbia, tristezza, impotenza quella che Giulia leggeva negli occhi dei ranger, dei funzionari della regione, degli abitanti; persone che vivevano in quei luoghi e che da quei luoghi traevano anche il proprio benessere ed il proprio sostentamento.
Ma adesso tutto era distrutto. Per negligenza, per superficialità. Per un fuoco acceso in una zona non autorizzata.
Per circa un mese Giulia aveva camminato, fotografato, preso appunti, fatto calcoli; si era confrontata con gli altri studiosi; insieme avevano steso stime e fatto previsioni per il futuro. Un mese intenso, faticoso e doloroso per la vista e per il cuore, perché anche la scienza davanti alla morte e alla distruzione non poteva rimanere fredda ed impassibile.
Il team di scienziati accertò che furono distrutti circa diciassettemila ettari della riserva con danni enormi alla flora e alla fauna: stimarono che i primi significativi risultati di un’attività di recupero dell’area, pur intervenendo immediatamente, sarebbero stati visibili non prima di quindici anni.
Giulia rientrò in Italia con un profondo senso di amarezza; si occupava da dieci anni di disastri ambientali, ma ogni volta non riusciva a trovare una giustificazione, un’attenuante alla superficialità umana.
Un luogo con una varietà così significativa di specie vegetali e animali, tanto da essere proclamato riserva dello biosfera negli anni settanta, messo in ginocchio da un atto di noncuranza. Il colpevole individuato e processato aveva ammesso le proprie responsabilità; ma non poté qualche giorno trascorso in carcere o il pagamento di multa rimediare ai danni cagionati.
Nei tre anni successivi il team di scienziati di cui Giulia faceva parte fu coinvolto in ulteriori e più approfonditi studi, fu steso un piano di recupero dell’ecosistema boschivo e lacustre e furono prontamente avviate tutte le attività necessarie per metterlo in pratica.
Dopo i sopralluoghi compiuti nel corso del primo anno e mezzo successivo all’evento, Giulia non era più tornata in Patagonia; aveva svolto i propri studi alla scrivania nel confortevole dipartimento della sua università. Le immagini di quel disastro erano dunque lontane dagli occhi ma difficilmente Giulia avrebbe dimenticato il senso di sconfitta e di impotenza che aveva provato davanti a quello scempio.
Erano passati tre anni dall’incendio. Una mattina di luglio, terminato il ricevimento di alcuni studenti in apprensione per gli esami della sessione estiva, Giulia aveva ricevuto una mail recante un aggiornamento sugli ultimi risultati dell’attività di ripristino del Parco e, con sollievo, aveva appreso che, nonostante le condizioni climatiche estreme che rendevano assai più difficile l’attecchire di piante giovani e delicate, la natura stava riuscendo a riprender possesso dei propri luoghi riaffermando la propria forza e dignità.
Di lì a due settimane avrebbe avuto inizio il suo periodo di ferie e non ebbe esitazione alcuna: era arrivato il momento di tornare nella regione dei Magallanes; non solo come scienziata, ma come essere umano; e nulla avrebbe avuto in contrario Dominique, suo compagno e fotogiornalista, che senza batter ciglio l’avrebbe accompagnata nel viaggio.
Le due settimane erano volate nei preparativi della nuova avventura che li avrebbe portati a sfidare l’inverno australe. Avevano contattato il Conaf, l’ente d’amministrazione del Parco per conoscere lo stato dei sentieri: la maggior parte di essi era chiusa ai turisti per eccessivo innevamento, ma con un pass speciale concesso per scopi scientifici, avrebbero potuto accedere anche alle aree più remote.
L’aero toccò finalmente terra, dopo un turbolento volo durato quattordici ore.
Un van privato li condusse da Punta Arenas all’ingresso della riserva; Giulia sentiva il cuore batterle forte: sapeva che per quanto il recupero dell’area stesse avvenendo in maniera piuttosto veloce, avrebbe trovato ancora una realtà fortemente segnata dall’incendio.
Quando scesero dal bus una pioggia sferzante colpì i loro volti: da giorni tempeste di pioggia, neve e vento si abbattevano sulla regione. Indossarono i pantaloni e le giacche antipioggia, coprirono gli enormi zaini con i teli impermeabili e si avviarono lungo il sentiero che dall’amministrazione del parco li avrebbe portati al Rifugio Grande, sul Lago Peohè, una delle aree più colpite dalle fiamme; di lì avrebbero verificato lo stato dei luoghi fino alla Valle Francese e, successivamente, avrebbero raggiunto l’area del Lago Grey, anch’essa gravemente danneggiata dal fuoco.
Nelle cinque ore di cammino che impiegarono per raggiungere la prima tappa, non incontrarono nessuno; i rari turisti infreddoliti, prevalentemente sudamericani, si fermavano  ai belvedere situati nella fascia più esterna della riserva. Nei mesi invernali in pochi andavano oltre: un’area di oltre 240.000 ettari, un territorio sconfinato che, lontano dall’affollamento estivo, veniva restituito alla natura e agli animali, ritrovando la sua dimensione.
Nella cinta più esterna della riserva, Giulia e Dominique incontrarono soltanto mandrie di cavalli selvaggi che correvano sotto le pendici delle montagne in una pianura immensa ingiallita dall’inverno; dove l’erba era più alta, spuntava di tanto in tanto qualche grossa lepre bianca; i guanaco si muovevano flemmaticamente nella tundra; alcuni grossi condor volavano in cerchio, segnale di una preda morta nei dintorni.
In quell’area nulla preannunciava lo spettacolo terribile che avrebbero incontrato più avanti, oltre la prima cintura di basse colline che li separava dal Lago Peohè.
Addentrandosi nella cinta più interna della riserva, i pochi sentieri sgombri di neve si erano trasformati in ruscelli di acqua e fango. La pioggia aveva reso i tratti di roccia nuda estremamente scivolosi. Il vento soffiava con raffiche violente e repentine che superavano i cento chilometri l’ora.
Man mano che procedevano, la vegetazione verde e rigogliosa lasciava spazio a pochi arbusti secchi, alberi senza fronde dai tronchi squarciati. E non era il passeggero effetto dell’inverno; quegli alberi non sarebbero rifioriti in primavera. La desolazione che lentamente si impadroniva del paesaggio era la traccia evidente e dolorosa del percorso che le fiamme avevano compiuto nel divorare il parco.
Dominique e Giulia raggiunsero il Rifugio Grande quando il sole era ormai quasi tramontato; giunti all’interno lasciarono gli abiti e le attrezzature fradice di pioggia nell’unica stanza dotata di stufa a legna. Quel rifugio era la sola struttura aperta ed offriva unicamente un servizio di base: niente riscaldamento, niente energia elettrica ad eccezione di due ore al giorno; soltanto gas per cucinare, un letto ed una doccia calda che dava su una finestra malandata da cui entravano spifferi di aria gelida.
Nel rifugio trovarono, oltre ad un impiegato della struttura e ad un ranger, soltanto un gruppo di simpatici ragazzi americani, accompagnati dalla loro guida.
Dopo un frugale pasto, Giulia e Dominique si intrattennero nella sala riscaldata, alla luce del fuoco che ardeva nella stufa.
Mentre chiacchieravano con i ragazzi americani, fermi lì da due giorni a causa del maltempo, entrò il ranger, un uomo di mezza età, il viso solcato da profonde rughe, segno degli anni, del sole e del freddo che, sedutosi pesantemente su una vecchia panca di legno chiaro, rincuorò il gruppo su un probabile miglioramento, il giorno successivo, delle condizioni meteo.
I ragazzi americani sarebbero potuti rientrare in sicurezza all’amministrazione, dove li avrebbe attesi un van per Puerto Natales, il centro abitato più vicino, mentre Dominique e Giulia avrebbero potuto compiere con minor fatica il loro percorso.
Il ranger, che era stato informato del pass speciale ottenuto da questi ultimi, chiese loro cosa li avesse portati in Patagonia. Giulia raccontò della sua esperienza con il team di studiosi ai tempi dell’incendio e del desiderio di vedere dal vivo quali progressi vi fossero stati nel recupero ambientale.
Il ranger, nel rammentare i terribili giorni dell’incendio, non poté trattenere la propria rabbia e il proprio dispiacere: “non dimenticherò mai la sensazione di sconfitta nel vedere ettari ed ettari di parco andare a fuoco, l’immagine delle fiamme che veloci divoravano gli alberi e le piante, gli animali che fuggivano terrorizzati. Le ore passavano e i focolai aumentavano. Ci sentivamo impotenti. In quei giorni il vento era particolarmente forte e i vigili del fuoco non riuscivano a dominare l’incendio; ci vollero giorni per sedare le fiamme. Dovemmo evacuare il parco e non fu facile; alcune vie di fuga erano chiuse e i turisti erano nel panico. Il nostro parco non è estraneo ad eventi di questo genere; ci ritenevamo preparati a fronteggiarlo, ma la furia del fuoco e del vento è quanto di più incontrollabile esista. E ciò che fa rabbia è che eventi di questo genere potrebbero essere evitati; almeno ogni volta che dipendono dalla distrazione e dalla noncuranza dell’uomo.
Lavoro da sempre in questo Parco, ne conosco ed amo ogni angolo ed ogni singolo aspetto: la natura prepotente e selvaggia, la meraviglia dei suoi ghiacciai e dei suoi laghi nelle giornate di sole e silenzio. E credo che ci siano pochi luoghi che possano insegnare davvero che cosa sia il rispetto per l’ambiente che ci circonda: luoghi  in cui la natura ed il clima non conoscono regola e pacatezza risultando anche temibili e imponendo, tassativamente, un approccio rispettoso e responsabile.
Ma non è questo l’approccio più diffuso nei visitatori che, troppo spesso, cercano in montagna solo un’esperienza da raccontare, una sfida personale da affrontare. Nei volti e negli atteggiamenti di molti vedo arroganza e superficialità.
Ma la montagna, e la natura in generale, è umiltà, rispetto, in un certo senso anche devozione. E ciò è chiaro, per fortuna, anche al nostro Governo che da anni ha adottato una politica di protezione delle proprie risorse naturali, soprattutto in aree cruciali come questa, e non è ammissibile che i sacrifici e gli sforzi di tutti noi siano vanificati da una sigaretta buttata in un bosco o da un fuoco acceso in aree non consentite. Noi diamo istruzioni  precise all’ingresso nel Parco, le ribadiamo su appositi cartelloni collocati in ogni dove, e le ripetiamo all’infinito anche a voce, ma episodi come quest’ultimo, dimostrano che l’indifferenza dell’uomo nei confronti della natura non conosce limiti.
Il Conaf ha fatto tanto per conservare intatti questi luoghi e la loro biodiversità e, se per noi il turismo è fondamentale, è altrettanto fondamentale che queste zone siano preservate e rispettate. Crediamo molto in un approccio libero e consapevole e desideriamo continuare a dare la possibilità a tutti di un’esperienza selvaggia a contatto con la natura. Non dappertutto è così: penso al Parco dei Los Glaciares: il fascino intrinseco e l’imponenza dei ghiacciai del Parco, Perito Moreno in primis, è innegabile, ma la fruibilità degli stessi riflette un approccio tipicamente economico alla natura: una risorsa da mettere in bella mostra e da sfruttare commercialmente anche a discapito della sua conservazione e della sua bellezza. Il concetto stesso di parco nazionale è diverso: non strumento inteso alla protezione dell’ambiente naturale, ma strumento ipocrita al servizio del turismo di massa. Non so se voi avete avuto modo di visitarlo: una strada asfaltata, da El Calafate, si addentra nel Parco percorsa da bus ed auto private che conducono i visitatori fin sotto il ghiacciaio, che si può osservare percorrendo una passerella di ferro, in alcuni punti munita finanche di copertura e vetrate. E così ti ritrovi catapultato dinanzi ad un ghiacciaio millenario, terza riserva al mondo d’acqua dolce, ad osservarlo come fosse un quadro in un museo.  Ma i ghiacciai non sono quadri ed i parchi non sono musei. L’attrattiva della Patagonia è la possibilità di misurarsi con la natura e di esplorare luoghi incontaminati e noi vogliamo che possa continuare ad essere così per sempre, in un equilibrio consapevole tra uomo e natura”.
Le parole accorate del ranger riflettevano lo stato d’animo che Giulia, nei viaggi precedenti, aveva colto in tutti coloro con cui aveva parlato e sentì una profonda tristezza, accompagnata allo stesso tempo dalla voglia e dalla fiducia in un cambiamento. Quando rientrarono nella loro fredda stanza, si addormentò pensando alle campagne di sensibilizzazione ambientale che il suo dipartimento aveva intenzione di avviare in Italia nei mesi successivi. Solo l’educazione poteva produrre un mutamento reale nell’approccio alla natura ed era fondamentale intervenire prima che fosse troppo tardi.
Il mattino successivo Giulia e Dominique lasciarono il rifugio che dava sull’immensa distesa d’acqua del lago Peohè le cui acque, turchesi per la presenza di ciano batteri, si scurivano sotto il cielo plumbeo, per riprendere tutto il loro colore, intenso e brillante, nei brevi attimi in cui le nuvole si diradavano.
Si diressero verso la Valle Francese. Le raffiche di vento erano ancora più violente del giorno precedente, ma impararono a prevederne l’arrivo: un rombo intenso, giusto il tempo di accovacciarsi sotto il peso degli zaini e la raffica arrivava, impietosa, sferzante.
Lungo il tracciato che correva basso lungo il lago, i segni dell’incendio cominciarono a divenire ancora più evidenti: le raffiche di vento spazzavano l’acqua del lago che, in onde nebulizzate, si insinuava come nebbia tra gli alberi completamente anneriti dalle fiamme in uno spettacolo fumoso, quasi spettrale. La vegetazione era bassa e rada; gli arbusti più giovani, che emergevano nel paesaggio desolato, ondeggiavano piegati dalla pioggia e dal vento. I resoconti e le previsioni che Giulia aveva letto all’Università erano fedeli alla realtà? Ebbe timore che fossero troppo ottimistici ed avvertì un senso di avvilimento.
Gli zaini pesanti ed il meteo avverso rendevano lento l’incedere di Giulia e Dominique. Raggiunsero infine la Valle Francese, dove l’abbondante nevicata aveva cancellato le tracce dell’incendio, rendendo il paesaggio immacolato. Nei fugaci momenti in cui le nuvole dense si diradavano, dalla foschia emergevano maestosi, quasi prepotenti, i picchi del Paine, del tutto invisibili fino a pochi istanti prima: quello che sembrava un paesaggio piatto circondato dal cielo brumoso si popolava di massicci di granito e di torri alte, lisce, appuntite, taglienti come lame. Il vento soffiava via la nebbia dai ghiacciai azzurri nascosti tra le cime e spazzava via la neve dalle rocce scure e, come un’artista con la sua matita, ridisegnava i contorni del paesaggio. Nella velocità e nell’impetuosità con cui tutto cambiava, nella forza libera e dirompente della natura Giulia sentiva la vita palpitare in tutta la sua energia ed il suo dinamismo. E in quella forza così travolgente ed inarrestabile, lungi dal provare timore o sgomento, coglieva l’essenza stessa della propria libertà.
Si fermarono nell’accampamento situato nella valle; benché chiuso ai turisti era l’unico luogo sicuro. Era pomeriggio ormai, aveva ricominciato a nevicare ed il cielo scuro in lontananza scoraggiava dal procedere oltre. Le nove ore di camminata li fecero crollare in un sonno profondo e senza sogni.
Il mattino successivo, Giulia aprì lentamente gli occhi e, ancora indolenzita, sgusciò fuori dalla tenda. Davanti a lei una distesa di neve e ghiaccio, il sole basso che faceva appena capolino tra le nuvole mandando tiepidi e fiacchi raggi di luce a riscaldare l’aria gelida.
Tutt’intorno silenzio. Solo il rumore del vento spezzava la quiete ed il silenzio quasi surreale dell’alba australe.
Dominique la raggiunse e le sorrise. Rimasero qualche minuto in silenzio, l’uno accanto all’altra. Nulla c’era da dire davanti alla bellezza di quel paesaggio; qualunque parola avrebbe sciupato l’atmosfera quasi magica di quegli istanti.  Un senso di pace li pervase e sentirono forte più che mai il senso di appartenenza a quei luoghi, agli alberi, ai boschi, ai laghi, alle montagne, alla quiete armoniosa della natura.
L’abbondante nevicata della notte rendeva imprudente accedere alla terza tappa seguendo il tracciato più lungo. Ripercorrendo al contrario il sentiero del giorno precedente e camminando di buon passo, avrebbero potuto raggiungere il Lago Gray in giornata.
Smontarono rapidi la tenda e, raccolta l’attrezzatura, ripresero il cammino.
Circondati dai ghiacciai da cui si staccavano di tanto in tanto cumuli di ghiaccio e neve, percorsero veloci il primo tratto del tragitto.
Giunti all’altezza del Rifugio Grande erano già esausti, ma decisero di procedere oltre e in un saliscendi continuo, promontorio dopo promontorio, conquistarono la vista del lago Gray, con le sue acque scure e austere. Costeggiandone le sponde raggiunsero l’omonimo ghiacciaio che si tuffava nelle sue acque in due grandi lingue dall’intensa colorazione, che dal blu scuro si schiariva sino al cobalto. Nell’acqua iceberg azzurri galleggiavano l’uno accanto all’altro, sfiorati dagli ultimi fiochi raggi del sole.
Era nell’area del Lago Gray che tre anni prima era divampato l’incendio ma, del tutto inaspettatamente, proprio lì Giulia trovò che le attività di recupero avessero avuto maggior successo. Nei tronchi abbattuti e nella vegetazione bassa e chiara si coglievano ancora le tracce dell’evento, ma man mano che si avvicinavano al ghiacciaio, il bosco diventava più fitto e sano. I resoconti dicevano il vero. Giulia non riuscì a trattenere la commozione. Lei, gli altri studiosi che avevano lavorato giorno e notte per questo Parco e tutti coloro che materialmente avevano partecipato all’attività intesa a proteggerne, prima, e ripristinarne, poi, l’ecosistema avevano fatto qualcosa di grande e tutti avevano in comune l’immenso amore per la natura. La strada era ancora lunga, ma i primi risultati iniziavano lentamente a notarsi. La natura si stava riappropriando di sé stessa, gli animali stavano con fiducia ritrovando il loro posto; gli equilibri si stavano lentamente ricostituendo.
Trascorsero la notte a poca distanza dal ghiacciaio, cullati dal rumore del vento e dallo sciabordio dell’acqua che lambiva i bordi delle lingue di ghiaccio azzurro.
Il giorno successivo una nuova bufera si abbatté sulla zona rendendo impossibile addentrarsi oltre. Un battello li portò dall’altro lato del lago, attraversandolo nel suo tratto più stretto e da lì con un van raggiunsero Punta Arenas.
Mentre Giulia lasciava quei luoghi sentì dentro di sé una grande emozione.
Ora, pensò tra sé, non resta che confidare nel futuro e nel potere dell’educazione, affinché l’ambiente, lungi dall’essere un concetto astratto e lontano dall’uomo, possa essere percepito come qualcosa di cui quest’ultimo fa parte e di cui si sente responsabile; qualcosa da cui dipende la sua stessa vita.