"The impossible exists only until we find a way to make it possible" Mike Horn

domenica 20 maggio 2018

Con i miei occhi

L’aereo sta per toccare terra e dal finestrino guardo la città avvolta nella notte, rischiarata dai riflessi blu dei minareti illuminati. Un brivido inaspettato mi scorre lungo la schiena.
Attraverso a passo spedito l’aeroporto deserto e all’uscita trovo Claudio ad aspettarmi, viso tirato e sigaretta in bocca.
“Non occorreva che venissi” dico.
“Non mi sembrava il caso di farti andare in giro da sola a quest’ora” ribatte. Ma è chiaro che non aveva alcuna voglia di venirmi a prendere.
Lungo il tragitto in auto restiamo in silenzio. Arrivati in albergo mi saluta frettolosamente, dandomi appuntamento per la mattina successiva. 
Entro nella mia stanza, pareti gialle, un letto singolo con lenzuola chiare, una luce flebile sul comodino che illumina una copia del Corano, l’odore della moquette che mi fa starnutire. Sono stanca e mi butto sul letto. L’immagine di Sandro fa capolino tra i miei pensieri facendomi sussultare. A fatica la scaccio via e cerco di abbandonarmi al sonno.
Il mattino successivo raggiungo Claudio nella hall. Lo scorgo seduto su un divano poco distante dalla grande vetrata che dà sulla piazza della Moschea intento a sfogliare degli appunti.  Sto per sedermi accanto a lui quando un boato ci coglie di sorpresa. La grande vetrata va in frantumi ed un’ondata di detriti invade la hall.  Claudio mi prende per un braccio: “Presto Lara! Prendi la macchina fotografica e corriamo a vedere cos’è successo!” mi dice concitato, una nota di euforia nella voce. 
Ho un moto di esitazione ma afferro la macchina e ci tuffiamo nel fiume di gente che nel frattempo si è riversata per strada. Al centro della piazza nulla resta di quel basso palazzo color sabbia se non i marmi coperti di polvere dei minareti crollati, le macerie da cui spuntano libri, tappeti, lembi di vestiti, visi sanguinanti. Urla e pianti si levano verso il cielo mescolandosi alla densa nube di polvere e all’odore acre del sangue. 
Comincio a scattare foto una dopo l’altra. La macchina fotografica è una mia naturale appendice e la guerra uno spettacolo al quale sono ormai assuefatta. Quasi non sento più le grida della gente terrorizzata, i gemiti dei feriti, le sirene delle ambulanze. Vedo Claudio gesticolare da lontano, forse mi sta urlando qualcosa, ma non riesco a sentirlo o forse non voglio, le orecchie ovattate e la mente immersa nelle immagini che l’obiettivo cattura senza sosta. 
D’improvviso un uomo mi si para davanti, interrompendo la mia macabra danza tra le rovine. Urla qualcosa in Pasthu, mi strappa via la macchina dalle mani e mi spintona di lato. Rimango con le mani a mezz’aria, incapace di reagire. L’uomo continua ad urlare a pochi centimetri dal mio viso e ad indicare qualcosa dinanzi a me: ai miei piedi c’è una giovane donna riversa su un pezzo di marmo, il velo a coprirle il viso ed il corpo di un bambino che spunta dai lembi dell’abito insanguinato. 
Rialzo lo sguardo incrociando quello dell’uomo che mi sta vomitando addosso tutto il suo odio: ai suoi occhi sono soltanto una occidentale, come tale responsabile di questa e di molte altre guerre; una tra i tanti giornalisti che si aggirano sui campi di battaglia come avvoltoi pronti ad avventarsi con i propri obiettivi su quel che resta della vita e della dignità del suo popolo. Vorrei dire qualcosa ma le parole mi si bloccano in gola. 
Colpi d’arma da fuoco risuonano d’improvviso nella piazza, mentre la folla impazzita scappa in ogni direzione. La donna ai miei piedi emette un gemito nel tentativo di rialzarsi; tendo istintivamente le mani verso di lei per aiutarla, ma l’uomo mi scaccia via in malo modo. Nello stesso istante sento afferrarmi per un braccio. “Ma che stai facendo Lara?!” mi grida Claudio. Cerco di divincolarmi dalla sua presa: non posso andar via, voglio aiutare quella donna ed il suo bambino.
“Ma cosa vuoi fare? Ma lo vedi cosa sta succedendo qui? Andiamocene!”.
Claudio mi trascina via, ma continuo a voltarmi indietro cercando invano il viso della donna ormai inghiottito dalla coltre di polvere.
Arrivati in albergo, Claudio sale veloce le scale per recuperare il portatile e mettersi subito al lavoro: “abbiamo tantissimo materiale!” mi ha detto entusiasta. Lo guardo e mi rendo conto, ora piu’ che mai, della persona che è: nulla di tutto questo lo colpisce. Per lui non si tratta di vite strappate, storie interrotte a metà, famiglie distrutte. Per lui è solo “materiale per il giornale”.
Entro nella mia stanza. Guardo il portatile nello zaino adagiato all’ingresso. Dovrei prenderlo e raggiungere Claudio, ma chiudo la porta alle mie spalle e mi accascio a terra. Sento le lacrime tagliarmi il viso come lame affilate ed il cuore sobbalzare ad ogni singhiozzo, mentre le immagini di questa guerra mi passano davanti agli occhi una dopo l’altra. Le urla e i pianti dei feriti mi raggiungono, mi invadono ed io non posso piu’ proteggermi. Non posso difendermi dai fantasmi che d’improvviso si animano intorno a me, puntano il dito contro di me e mi insultano ricordandomi quanto poco valgo, io che di queste guerre infinite mi sono nutrita come una iena di una carogna. 
Ripenso alla giovane donna ed al suo bambino. Per loro avrebbe dovuto essere una mattina come tante: la preghiera in chiesa e poi la spesa al mercato, dove il bambino avrebbe magari piagnucolato per farsi compare un dolcetto. Ma le cose erano andate diversamente.
Con prepotenza mi torna nella mente il viso di Sandro. Lo immagino che dorme sereno e al sicuro nel suo letto circondato di giochi e sento il cuore dolermi. Mi risuona nella mente la voce di mia madre, durante il nostro ultimo litigio pochi giorni prima di questa ennesima partenza: “non ti riconosco piu’ Lara. Sei una delusione enorme”. 
Ho perso il conto delle volte che ho fatto le valigie, delle volte in cui ho anteposto il lavoro alla mia vita,  incurante di tutto, dei rapporti con gli altri e persino di me stessa. E l’arrivo imprevisto di Sandro non ha cambiato le cose.
Bussano con insistenza alla porta, apro ed è Claudio. “Ma che ti prende? dice. “Ti aspetto da mezz’ora, sbrigati”. Lo guardo con gli occhi arrossati, afferro un foulard ed esco dalla stanza, dirigendomi verso le scale.  
“Ma dove vai?” mi dice alterato. 
Non rispondo e imbocco l’uscita, lasciandolo senza parole.
Intorno a me, il trambusto dei soccorsi. Il mondo sembra diverso adesso. Non ho piu’ il filtro dell’obiettivo a proteggermi, il mio lavoro a definirmi. Sono soltanto una persona come le altre, una donna che cammina con il capo coperto in mezzo a decine di altre donne alla ricerca dei propri cari. Ho bisogno di ritrovare quella ragazza ed il suo bambino. Ho bisogno di sapere se sono vivi. 
Mi faccio faticosamente strada tra la folla fino a raggiungere il punto in cui mi trovavo poche ore prima. Sono fortunata: a breve distanza ritrovo l’uomo che mi aveva strappato dalle mani la macchina fotografica. E’ piu’ calmo adesso ed io trovo le parole per spiegarmi. Nonostante una certa riluttanza mi indica un’abitazione in lontananza. Lo ringrazio e corro in quella direzione. Busso alla porta, un’anziana donna mi apre e vedo la ragazza seduta su un vecchio tappeto. Ha l’abito sporco e lacerato ed il capo fasciato alla meglio. Il bambino è adagiato su di lei. Ha i capelli arruffati ed il viso striato di sangue, ma sorride adesso, esibendo nella manina un giocattolo colorato. Anche la madre sorride riconoscendomi, e mi fa cenno di entrare. 
Restiamo cosi’ in silenzio l’una accanto all’altra, mentre l’anziana signora mi offre del the in  tazze di ceramica ormai usurate dal tempo. E in quei minuti, che sembrano ore, ritrovo il lato piu’ umano di questo mestiere, quello che, nelle difficoltà e nelle diversità, ci porta a scoprire linee di comunicazione piu’ intime e profonde. 
E’ arrivato il momento di andare, ho fatto cio’ che sentivo di dover fare. 
Poggio la mia mano su quella della ragazza ed accarezzo i capelli scompigliati del suo bambino. Sull’uscio della porta li guardo per un’ultima volta e per un attimo invidio quel loro stare insieme, la capacità ed il coraggio di questa donna di proteggere suo figlio in un paese in guerra e l’istintiva spensieratezza dell’infanzia in grado di vincere la paura ed il dolore.
Torno in albergo e preparo i bagagli, sotto lo sguardo rabbioso di Claudio che mi riempie di domande a cui non rispondo. Non ho voglia di parlare con lui. Afferro lo zaino e nel caos cerco un mezzo con cui raggiungere l’aeroporto. Ci vogliono ore per arrivare. Intorno a me, soldati, posti di blocco, scene quotidiane di un paese in guerra. 
Ma per la prima volta dopo anni, guardo a tutto questo con nuovi occhi, i miei occhi.
E mi sento grata, perchè sono viva e perchè sono in grado di raccontare al mondo questa storia che sa di dolore ma anche di riscoperta. Riscoperta di me stessa e della realtà che mi circonda. Una realtà da cui non posso piu’ prendere le distanze limitandomi a guardarla attraverso la focale di un obiettivo, perchè io stessa ne faccio parte, vi sono immersa e ne sono responsabile. 
Arrivo finalmente a Roma. E’ quasi giunto il tramonto e nuvole rosse infiammano il cielo sopra il Gianicolo. Mi accoglie la fragranza dei platani e quell’odore di antico che contraddistingue la mia città. Respiro a fondo, è primavera ed io mi sento improvvisamente felice: c’è un altro pezzo di mondo, qui, che fa parte di me e di cui non posso piu’ fare a meno.
Apro con le chiavi la porta di casa, il cuore che batte forte.
“Mamma!” sento esclamare dal fondo del corridoio ed un bambino con i riccioli spettinati mi corre incontro. Lo abbraccio con tutte le mie forze. “Mamma non va piu’ via, te lo prometto”. 
Mia madre spunta dal soggiorno. Mi alzo e la guardo: “Sono tornata” dico, mentre una lacrima scivola sulla guancia. Mia madre sorride, sa che stavolta sono tornata per davvero.

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