(All rights reserved)
Inforcata la bici, Dominique pedalava senza fretta; con sé, soltanto un quaderno, una vecchia Leica e la voglia di esplorare i dintorni.
Era la prima volta che percorreva quella strada che, incorniciata da una nuvola di foglie gialle, costeggiava le acque lente e opache del fiume. I contorni della campagna che sfumavano nella nebbia sottile, gli stormi di uccelli silenziosi, la quiete delicata delle prime ore del mattino creavano un’atmosfera surreale.
Lungo il percorso la strada si apriva, inaspettatamente, in un grande spiazzo di cemento. Una piccola diga dagli ingranaggi arrugginiti incanalava l’acqua del fiume e, alle sue spalle, una fabbrica dismessa si stagliava nell’aria fumosa. Un edificio di mattoni rossi, l’intonaco eroso dalle intemperie, ed una ciminiera scura e solitaria era quanto restava di una vecchia cartiera.
Dominique si fermò catturato dall’immagine e dalle sensazioni che quel luogo evocava: pensò a quante storie dovessero essere racchiuse in quelle mura, a quante vite fossero passate di lì. Un edificio di mattoni rossi che raccontava la quotidianità di uomini e donne che avevano lavorato in questo paese e per questo paese; la storia di una generazione che, spesso, aveva lasciato la propria terra, che aveva sofferto e combattuto per i propri diritti. Chiuse gli occhi e gli sembrò quasi di poterle sentire quelle storie, di poter percepire i pensieri e le emozioni di chi, ogni mattina, aveva osservato quello stesso paesaggio dalle finestre quadrettate della fabbrica.
Sbirciò all’interno della fabbrica da una finestra rotta. Cercò l’ingresso trovando una porta malmessa, ne forzò la serratura e i battenti, cigolando, si aprirono su un locale dal soffitto altissimo dove grossi macchinari giacevano nella polvere e nelle ragnatele; ne accarezzò con lo sguardo le forme immaginando lo stridere degli ingranaggi nel dare vita a lunghi fogli di carta. Nell’aria aleggiavano ancora il sentore acre della cellulosa e l’odore del cloro. In fondo alla stanza una stretta scala conduceva al piano superiore che ospitava, dopo una piccola anticamera, quello che doveva essere stato l’ufficio del titolare della cartiera: le pareti rivestite di una sbiadita carta da parati a righe, una robusta scrivania di legno scuro ed una poltrona di velluto verde ingrigita dal tempo e dalla polvere. Al medesimo piano, al fondo di un corridoio, Dominique scorse una porta senza più i cardini che dava su un piccolo ufficio illuminato da una finestra malandata; accanto ad essa c’era una pesante scrivania erosa dai tarli su cui troneggiava una macchina da scrivere con i tasti rotti; in un angolo, vicino ad un attaccapanni con su un vecchio cappello consunto, giaceva un mucchio di faldoni coperti di polvere. Dominique vi si avvicinò, si abbassò e aprì uno dei fascicoli; conteneva buste paga e alcune lettere. Su un foglio ingiallito dal tempo, si decifravano a mala pena una data, Milano 16 settembre 1985, e poi più in basso una firma, Nino Parisi. La polvere lo fece tossire; diede un ultimo sguardo attorno ed uscì.
All’esterno vide un’anziana donna che prima non aveva notato.
Sedeva su un muretto malmesso che dava sulla piattaforma ferrosa della diga, lo sguardo rivolto ad una finestra dell’edificio. Indossava un cappotto scuro troppo largo per il suo corpo minuto ed una vecchia e lisa sciarpa di lana blu che stonavano con i capelli grigi raccolti ordinatamente sulla nuca e le piccole perle che pendevano ai lobi delle orecchie conferendole un’aria composta e dignitosa.
Istintivamente Dominique le si avvicinò, e volse lo sguardo verso quella stessa finestra al secondo piano che l’anziana guardava malinconicamente. La donna, che sembrava non aver notato la sua presenza, ruppe invece il silenzio. Senza voltarsi, con voce delicata che tradiva un impercettibile accento siciliano, disse: “sapessi quanti anni ho lavorato in quella fabbrica. Ogni mattina, all’alba, qualunque fossero le condizioni del tempo, prendevo la mia bicicletta e venivo qui. La ricordo ancora la mia bicicletta, me l’aveva regalata mio marito. Era bella, rossa come il mio colore preferito. Me la regalò quando mi presero a lavorare qui. Mi disse ‘Mela – così mi chiamava mio marito – Mela, adesso hai bisogno di una bicicletta, non puoi andare a lavoro a piedi. Sapevo che era una scusa per farmi un regalo; i soldi erano pochi, sai. Ma accettai di buon grado perché una bici tutta mia non l’avevo mai avuta. Quando ero ragazzina, in Sicilia, rubavo le bici sgangherate dei miei fratelli e pedalavo per ore. Mi sentivo libera. Me lo ricordo ancora l’odore pungente della campagna d’estate, l’erba gialla, alta, il sole bollente. E ricordo anche le botte che prendevo quando tornavo a casa: ero una femmina e dovevo pensare a cucinare e lavare, ma a me quella vita non piaceva. Volevo sentirmi libera, come quando pedalavo in campagna. A vent’anni sposai mio marito Nino. In quel periodo c’era tanta miseria, ma noi eravamo giovani e avevamo tanti sogni. Un amico di Nino che viveva a Milano raccontò che qui la vita era difficile ma che c’erano anche tante opportunità. Fu così che lasciammo la Sicilia ed il profumo dei fiori e dell’erba. Entrambi venimmo a lavorare in quest’azienda, lui come ragioniere e, dopo qualche tempo, anch’io come segretaria. I primi mesi furono duri ma eravamo felici perché ci sentivamo liberi di inventare il nostro futuro. Avevamo tutta la vita davanti a quei tempi. Tutta la vita.”
Su quell’ultima frase la voce le si incrinò.
“La vedi quella finestra al secondo piano? Era la stanza di mio marito e quando la sera lui si doveva trattenere più a lungo, io uscivo e mi mettevo seduta qui, su questo muretto, e lo guardavo lavorare, aspettando che finisse. Faceva finta di arrabbiarsi, mi diceva di tornare a casa, che non aspettassi nell’umido della sera, ma in realtà era contento che restassi. Quando finiva, mi faceva un cenno con la mano, spegneva la luce e correva giù. Da me.”
Si fermò un attimo, poi riprese.
“Non c’è più, sai, da un mese non c’è più. Ma la vita è stata generosa con noi. Nonostante le difficoltà, abbiamo vissuto insieme, sempre l’uno a fianco all’altra. Le giornate di lavoro erano lunghe, pesanti. Non avevamo diritto quasi a nulla e ad ancor meno avevano diritto gli operai che lavoravano qui. Sentivo i capi urlare e minacciarli. E i sindacati non ci aiutavano abbastanza, né a noi né a loro. Ci iscrivemmo anche al partito, servì a poco, ma noi ci abbiamo creduto, abbiamo lottato e ci piaceva pensare di aver fatto qualcosa per migliorare questo mondo”.
Dopo una breve pausa in cui si perse tra i ricordi proseguì: “poi la giornata finiva e, pur stanchi, passavamo intere serate a leggere di viaggi in terre lontane; non avevamo soldi per viaggiare, ma era bello quando arrivava la domenica e potevamo scappare al lago in bicicletta, stenderci sul prato e sognare ad occhi aperti guardando il cielo. Quello era il nostro modo di essere liberi. Mai nessuno ha potuto rubare i nostri sogni, quelli realizzati e quelli che sono rimasti nella nostra mente.
E, ora, io torno qui, ogni mattina. Mi piace ricordare quei tempi. E mi piace pensare che lui sia ancora lì, dietro a quella finestra, a lavorare, guardandomi distrattamente”.
Si voltò verso Dominique mostrando un viso con una profonda ruga che solcava la fronte, il dolore e, allo stesso tempo, un senso di pace negli occhi ancora blu.
Si alzò a fatica dal muretto. Gli rivolse un ultimo sguardo, un tenue sorriso e si allontanò.
Dominique la guardò camminare lentamente stringendosi nel cappotto troppo largo finché la sua figura svanì nella nebbia leggera.
Alzò lo sguardo verso la finestra malandata. Pensò a quella storia, a quel pezzo di intimità che la donna aveva voluto condividere con lui, pensò a quel passato e al presente. Pensò a sé, alla propria storia e alla storia di tutti quei ragazzi che viaggiano per il mondo cercando il proprio futuro e la propria libertà.
Ripensò alla sensazione di fiducia che aveva provato mentre l’aereo si staccava da terra per portarlo verso una nuova vita e ripensò alla sua città mentre sfumava all’orizzonte: erano passati quattro anni da allora e Dominique non poteva più ignorare il senso di profondo disagio che avvertiva e che l’incontro con l’anziana signora aveva acuito. Pensò con amarezza a tutte le volte in cui aveva permesso a degli estranei di entrare nella sua vita, sgretolando le sue aspirazioni e cancellando la sua libertà. Pensò ai diritti quotidianamente calpestati: gli stipendi pagati saltuariamente, gli orari di lavoro massacranti, le domeniche perdute, le vessazioni. A cosa erano servite le battaglie e i sacrifici delle generazioni passate? La cieca illusione della donna cedeva purtroppo il passo al disincanto della sconfitta e alla rabbia che Dominique leggeva dentro e fuori di sé. Aveva lasciato la sua città per diventare giornalista; avrebbe voluto scrivere e fotografare la vita ed invece si trovava inchiodato in una redazione, imbrigliato in assurde logiche dettate da equilibri che con la vita nulla avevano a che vedere, in un paese in cui i diritti sono solo petizioni di principio, norme mal scritte in antiquati testi di legge.
Ma non era ciò che voleva per sé e per la sua giovane famiglia.
“Nessuno può rubare i nostri sogni e la nostra libertà” aveva detto la donna.
La mente andò oltralpe. Ancora un’illusione forse, ma valeva la pena tentare, la sua bimba di pochi mesi aveva ancora diritto di sognare.
Afferrò la bici e, sotto i raggi tiepidi del sole del mattino, in una nuova consapevolezza, Dominique riprese la sua corsa verso il futuro e, forse, stavolta verso la libertà.
"The impossible exists only until we find a way to make it possible" Mike Horn
venerdì 26 settembre 2014
mercoledì 3 settembre 2014
Reportage: Patagonia d'inverno
da "Reportage - La Patagonia d’inverno"
di Cristina Romano. Foto di Andrea Giuseppe Sanfilippo
(All rights reserved) Nota: è possibile visionare l'elenco completo delle foto sul sito www.agsanfilippo.eu
Una regione che si estende per migliaia di chilometri tra pianure verdi e vulcani, aree desertiche e distese di ghiaccio, parchi incontaminati, picchi che si protendono verso il cielo nascosti tra la nebbia e le nubi dense, fiumi tortuosi, laghi immensi, il mare che si perde in fiordi labirintici, il sole basso che di rado fa capolino tra le nuvole mandando tiepidi e fiacchi raggi di luce a riscaldare l’aria gelida. Tutt’intorno silenzio. Solo il rumore del vento, che soffia con raffiche violente ed improvvise, spezza la quiete ed il silenzio quasi surreale della Patagonia nei giorni d’inverno.
Ma è proprio quando la natura diventa più prepotente e le condizioni climatiche più estreme che riesci ad afferrare davvero il fascino primordiale e selvaggio di questi luoghi.
Nel Nord, il Distretto dei Laghi, con il suo paesaggio delicato e rassicurante, i numerosi specchi d’acqua, i pendii erbosi e i prati luccicanti ricorda le campagne della Germania meridionale. Nel clima umido e piovoso di una domenica d’inverno, il piccolo villaggio di Puerto Varas poltrisce adagiato tra il lago Llanquihue e basse colline verdi. I negozi sono chiusi e per strada ci sono poche persone. Case basse si susseguono una dopo l’altra; nei piccoli giardini che le circondano troneggiano alberi nudi dai grossi tronchi sui cui rami uccelli dal petto chiaro verseggiano con malagrazia. Improvvisamente le nuvole si diradano lasciando spazio a qualche raggio di sole che timidamente illumina l’enorme lago. Un grande arcobaleno si spiega sullo specchio d’acqua e al di là di esso, immerso tra le nubi, il maestoso vulcano Osorno e tutt’intorno una lunga catena di montagne innevate. Un lungo marciapiede cammina lungo la riva; al termine di esso, sotto la collina, una grande statua di rame che raffigura una donna con le braccia protese verso il vulcano, a invocarne la benevolenza e a fermarne la lava rovente.
Inerpicandosi verso la collina si raggiunge un belvedere da cui si ha un’ampia visuale del paese, di cui si coglie nitidamente l’impronta europea, effetto dell’immigrazione tedesca dell’Ottocento: il governo Cileno, interessato ad acquisire l’area controllata dagli indigeni Mapuche, incentivò tutte le iniziative che ne favorissero la colonizzazione e, nell’ambito di tale progetto, il console cileno ad Amburgo, facendo leva sul diffuso malcontento della classe operaia tedesca ne esortò l’emigrazione verso il Cile con la promessa di un miglioramento della qualità della vita e del lavoro. Successivamente, acquisita la regione al governo Cileno, fu la volta della borghesia cui furono assegnati vasti appezzamenti di terreno per la realizzazione di abitazioni, scuole ed infrastrutture.
A breve distanza da Puerto Varas si stende per numerosi ettari il Parco Nazionale Vicente Pérez Rosales, la riserva naturale più antica del Cile. Lo sguardo si perde tra basse montagne innevate ed imponenti vulcani a forma di cono che si stagliano tra le nubi; tra di essi il Vulcano Osorno che completamente imbiancato troneggia sulla pianura d’erba chiara, la vegetazione bassa e rada, le distese di fango. Nei mesi invernali, l’abbondanza di neve e le condizioni meteo avverse ostacolano l’ascesa alla vetta del vulcano, costringendo il più delle volte a percorsi che corrono lungo le sue pendici, lambite da un’ansa del lago Llanquihuè. Il vulcano concede un’ulteriore meravigliosa vista a Los Saltos dove il fiume Petrouhè, scorrendo in particolari formazioni geologiche di origine vulcanica, si trasforma in potenti cascate d’acqua gorgogliante.
Il fascino delicato della Patagonia del Nord lascia spazio, viaggiando verso Sud, al fascino misterioso e prepotente delle sconfinate lande meridionali, dove la tundra ed il ghiaccio si estendono per centinaia di chilometri.
Sul Fiordo di Ultima Esperanza, Puerto Natales, un modesto villaggio di pescatori, costituisce il punto d’accesso ad alcuni parchi nazionali della Patagonia meridionale: il Bernando O’Higgins ed il Torres del Paine.
Una piccola imbarcazione conduce alla scoperta del Parco O’Higgins navigando attraverso il Fiordo; è l’alba e la barca incede faticosamente lungo la costa, frenata dal vento forte, tra isole di cormorani e piccole cascate, fino a raggiungere i ghiacciai Balmaceda e Serrano, due lingue di ghiaccio azzurro che si tuffano nel mare, circondate da basse montagne innevate. Il Parco, che include la maggior parte dei ghiacciai del campo di ghiaccio della Patagonia del Sud, conserva la sua natura selvaggia e incontaminata, grazie al territorio aspro e, in alcuni punti impenetrabile, che ne ha scoraggiato l’accesso al turismo di massa.
Da giorni tempeste di pioggia, neve e vento si abbattono sulla regione. La maggior parte dei sentieri
del Parco del Torres del Paine è chiusa per eccessivo innevamento, così come i rifugi e gli accampamenti. Soltanto il Rifugio Grande, sul Lago Peohè, è aperto ed offre un servizio di base: niente riscaldamento, niente energia elettrica ad eccezione di due ore al giorno; soltanto un letto, una doccia calda che dà su una finestra malandata da cui entrano spifferi di aria pungente, gas per cucinare ed un’unica stanza con una stufa a legna per asciugare gli abiti e le attrezzature fradice di pioggia. Nei mesi invernali anche il servizio di trasporto pubblico è interrotto: per raggiungere l’ingresso del Parco da Puerto Natales occorre affidarsi a bus privati impiegati per i pochi turisti infreddoliti, prevalentemente sudamericani, diretti ai belvedere situati nella fascia più esterna della riserva. In pochi vanno oltre. Un’area di oltre 240.000 ettari, un territorio sconfinato che, lontano dall’affollamento estivo, viene restituito alla natura e agli animali, ritrovando la sua dimensione. Per chilometri e chilometri incontri soltanto mandrie di cavalli selvaggi che corrono alle pendici delle montagne in una pianura immensa ingiallita dall’inverno. Dove l’erba è più alta, vedi spuntare di tanto in tanto qualche grossa lepre bianca. I guanaco, cugini dei più noti lama, si muovono flemmaticamente nella tundra. Alzando lo sguardo, in lontananza, alcuni grossi condor volano in cerchio, segnale di una preda morta nei dintorni.
I pochi sentieri sgombri di neve si sono trasformati in ruscelli di acqua e fango. La pioggia rende i tratti di roccia nuda estremamente scivolosi. Il vento soffia con raffiche violente e repentine che superano i cento chilometri l’ora; man mano che ti inoltri nella riserva diventano più forti, ma impari a prevederne l’arrivo: un rombo intenso, giusto il tempo di accovacciarsi sotto il peso degli zaini e la raffica arriva, impietosa, sferzante. Lungo i tracciati che corrono bassi lungo il lago Peohè le raffiche spazzano forte l’acqua spingendola in onde nebulizzate verso la riva, che si insinuano come nebbia tra gli alberi spogli e neri in uno spettacolo fumoso, quasi spettrale; minuscole trombe d’aria si formano rapide ed improvvise vorticando veloci al centro del lago per poi dissolversi. Le sue acque, turchesi per la presenza di ciano batteri, si scuriscono sotto il cielo plumbeo, per riprendere tutto il loro colore, intenso e brillante, nei brevi attimi in cui le nuvole si diradano.

In quegli stessi fugaci momenti dalla foschia emergono maestosi, quasi prepotenti, i picchi del Paine, del tutto invisibili fino a pochi istanti prima: quello che sembrava un paesaggio piatto circondato dal cielo brumoso si popola di massicci di granito e di torri alte, lisce, appuntite, taglienti come lame. Il vento soffia via la nebbia dai ghiacciai azzurri nascosti tra le cime e spazza via la neve dalle rocce scure e, come un’artista con la sua matita, ridisegna i contorni del paesaggio. Nella velocità e nell’impetuosità con cui tutto cambia, nella forza libera e dirompente della natura senti la vita palpitare in tutta la sua energia ed il suo dinamismo. E in quella forza così travolgente ed inarrestabile, lungi dal provare timore o sgomento, cogli l’essenza stessa della libertà.
In un saliscendi continuo, promontorio dopo promontorio, conquisti la vista di laghi dalle sfumature e dalle forme variegate, come il Sarmiento, il Nordenskjold ed il Gray, che prende il nome dalla scura tonalità dei suoi colori. Costeggiandone le sponde si raggiunge l’omonimo ghiacciaio che si tuffa nelle sue acque in due grandi lingue dall’intensa colorazione, che dal blu scuro si schiarisce sino al cobalto. Nell’acqua iceberg azzurri galleggiano l’uno accanto all’altro, sfiorati di tanto in tanto da un fioco raggio di sole.
Questo Parco, peraltro dichiarato dall’Unesco, negli anni settanta, riserva naturale della biosfera, esprime esattamente lo spirito selvaggio e profondamente spirituale della Patagonia, la potenza della natura, la fatica e l’entusiasmo della conquista.
Non può dirsi altrettanto, invece, di un parco forse anche più famoso del Torres del Paine: il Parco dei Los Glaciares situato nell’area argentina della Patagonia.
Il fascino intrinseco e l’imponenza dei ghiacciai del Parco, Perito Moreno in primis, è innegabile, ma la fruibilità degli stessi riflette l’approccio tipicamente argentino alla natura: una risorsa da mettere in bella mostra e da sfruttare commercialmente anche a discapito della sua conservazione e della sua bellezza. Il concetto stesso di parco nazionale si trasforma: non più strumento inteso alla protezione dell’ambiente naturale, ma strumento ipocrita al servizio del turismo di massa. Una strada asfaltata, da El Calafate, si addentra nel Parco percorsa da bus ed auto private che conducono i visitatori fin sotto il ghiacciaio, che si può osservare percorrendo una passerella di ferro, in alcuni punti munita finanche di copertura e vetrate. E così ti ritrovi catapultato dinanzi ad un ghiacciaio millenario, terza riserva al mondo d’acqua dolce, ad osservarlo come fosse un quadro in un museo.
Ma i ghiacciai non sono quadri ed i parchi non sono musei.
La Patagonia, tuttavia, non è solo il luogo della natura prepotente e selvaggia, delle scalate epiche o delle imprese affascinanti descritte nei romanzi. La Patagonia è anche un luogo in cui la storia ha lasciato un’impronta visibile di sofferenza, teatro di soprusi e identità culturali tradite.
Un territorio solitario, ai confini del mondo, ma provvisto di abbondanti risorse naturali e minerarie. E dunque un territorio appetibile, come dimostrano le grandi colonizzazioni spagnole e portoghesi del Cinquecento, di cui recano l’impronta principalmente i territori più meridionali e, in particolare, la Terra del Fuoco. L’arida isola è attraversata da una strada sterrata che segue la costa bassa e frastagliata, battuta dal vento nell’orizzonte grigio illuminato da rari raggi di sole. Nulla intorno, soltanto guanaco adagiati nella tundra. Non è difficile immaginare come potesse essere il territorio ai tempi della colonizzazione da parte degli spagnoli che, attirati dai giacimenti auriferi della zona, sterminarono del tutto la popolazione indigena, di cui oggi resta traccia soltanto nelle vecchie canoe e negli altri reperti esposti nel museo di Porvenir. Una popolazione ai confini del mondo che viveva di pesca e di caccia, sfidando e vincendo i gelidi inverni australi; uomini che hanno vinto la forza della natura ma che nulla hanno potuto contro la barbarie selvaggia dell’uomo “civilizzato” che spinto dalla brama di ricchezza e di conquista ha ritenuto che la via più semplice fosse rappresentata dalla morte e dalla distruzione. D’altronde è il concetto stesso di “colonizzazione” che contiene in sé l’errore - e l’orrore - perché presuppone la volontà di supremazia attraverso l’espropriazione di terre altrui e la cancellazione di identità culturali e talora, come in questo caso, di un intero popolo. E così, non sai se considerare come un tributo o come un atto di ipocrisia quella statua così espressiva che, al centro di Porvenir, ritrae un indigeno che impugna un’arma, con lo sguardo rassegnato e carico di dolore di chi ha perduto la sua terra ed il suo futuro.
L’isola, più sviluppata nella parte argentina grazie ad una politica di agevolazioni fiscali e pressoché disabitata nell’area cilena, è collegata al continente dallo Stretto di Magellano.
Lo Stretto, che ha rivestito in passato un ruolo strategico sia dal punto di vista commerciale sia dal punto di vista politico e militare, è oggi una rotta commerciale secondaria, il cui traffico è mantenuto vivo per lo più dal turismo e dalle attività di estrazione del petrolio in Terra del Fuoco. Attività quest’ultima che stride fortemente con la politica di protezione ambientale adottata nella zona dal Governo e che ha portato, tra l’altro, all’istituzione, nel 2003, di un’area marina protetta.
Navigando nelle acque scure e ventose dello Stretto si raggiunge, sulla terra ferma, Punta Arenas, sulla cui costa stormi di albatros e cormorani si affollano numerosi. Punta Arenas è una delle poche cittadine sviluppate della Patagonia Meridionale, punto di partenza per le spedizioni scientifiche nell’Antartide e avamposto commerciale la cui fortuna è legata all’estrazione di petrolio e gas naturale nonché all’esportazione di lana e carne ovina. C’è vita e benessere in questo luogo dove la modernità cerca di farsi strada insinuandosi nelle pieghe più conservatrici della società.


Viaggiare attraverso la Patagonia nei mesi invernali, senza il velo della farsa estiva abilmente cucito dall’industria turistica, ti permette di cogliere anche le contraddittorietà e le fragilità di questa regione.
Sebbene essa viva, complessivamente una fase di rinascita e stabilizzazione, soffre ancora di gravi disparità sociali ed economiche e non riesce ad affrancarsi dal dualismo tra progresso e arretratezza.
Per un verso Il territorio ed il clima inospitale ne hanno reso difficile tanto l’urbanizzazione e la creazione di collegamenti tra le aree rurali e i pochi grandi centri abitati determinando isolamento e alimentando le difficoltà di una crescita omogenea sul piano sia sociale che economico. Per altro verso la politica molto spesso ha adottato strategie che hanno danneggiato le fasce più deboli e le aree più isolate, con il risultato che, ancora oggi, più di seicentomila persone costrette a condizioni di estrema povertà. E d’inverno, quando i turisti, la confusione ed il rumore scompaiono, tutto ciò diventa particolarmente evidente. Allontanandosi dai pochi centri ricchi, come Puerto Varas e Puerto Montt nel Nord o Punta Arenas nel Sud, resta infatti un senso di profonda desolazione. Restano i piccoli villaggi del Nord che si riducono spesso a null’altro che un’insegna, un minimarket ed un piccolo gruppo di case modestissime, separate le une dalle altre soltanto da rustiche staccionate di legno. Resta Puerto Natales nel Sud con le sue strade deserte e infangate, i marciapiedi sporchi e lastricati di ghiaccio, le baracche di lamiera, sterpaglie e cumuli di immondizia pronta per essere bruciata; restano i ristoranti chiusi, gli autobus malandati, i servizi ridotti, i centri di informazione inefficienti, gli abitanti chiusi in loro stessi e vagamente assopiti.
Numerose sono le campagne che inneggiano ad una crescita della regione e, se l’auspicio è che ciò possa tradursi in risultati concreti, la speranza maggiore è che il progresso e la modernità non cancellino quell’autenticità e quella spiritualità che ancora si respira in Patagonia in questi giorni d’inverno.
di Cristina Romano. Foto di Andrea Giuseppe Sanfilippo
(All rights reserved) Nota: è possibile visionare l'elenco completo delle foto sul sito www.agsanfilippo.eu
Una regione che si estende per migliaia di chilometri tra pianure verdi e vulcani, aree desertiche e distese di ghiaccio, parchi incontaminati, picchi che si protendono verso il cielo nascosti tra la nebbia e le nubi dense, fiumi tortuosi, laghi immensi, il mare che si perde in fiordi labirintici, il sole basso che di rado fa capolino tra le nuvole mandando tiepidi e fiacchi raggi di luce a riscaldare l’aria gelida. Tutt’intorno silenzio. Solo il rumore del vento, che soffia con raffiche violente ed improvvise, spezza la quiete ed il silenzio quasi surreale della Patagonia nei giorni d’inverno. Ma è proprio quando la natura diventa più prepotente e le condizioni climatiche più estreme che riesci ad afferrare davvero il fascino primordiale e selvaggio di questi luoghi.
Nel Nord, il Distretto dei Laghi, con il suo paesaggio delicato e rassicurante, i numerosi specchi d’acqua, i pendii erbosi e i prati luccicanti ricorda le campagne della Germania meridionale. Nel clima umido e piovoso di una domenica d’inverno, il piccolo villaggio di Puerto Varas poltrisce adagiato tra il lago Llanquihue e basse colline verdi. I negozi sono chiusi e per strada ci sono poche persone. Case basse si susseguono una dopo l’altra; nei piccoli giardini che le circondano troneggiano alberi nudi dai grossi tronchi sui cui rami uccelli dal petto chiaro verseggiano con malagrazia. Improvvisamente le nuvole si diradano lasciando spazio a qualche raggio di sole che timidamente illumina l’enorme lago. Un grande arcobaleno si spiega sullo specchio d’acqua e al di là di esso, immerso tra le nubi, il maestoso vulcano Osorno e tutt’intorno una lunga catena di montagne innevate. Un lungo marciapiede cammina lungo la riva; al termine di esso, sotto la collina, una grande statua di rame che raffigura una donna con le braccia protese verso il vulcano, a invocarne la benevolenza e a fermarne la lava rovente.
Inerpicandosi verso la collina si raggiunge un belvedere da cui si ha un’ampia visuale del paese, di cui si coglie nitidamente l’impronta europea, effetto dell’immigrazione tedesca dell’Ottocento: il governo Cileno, interessato ad acquisire l’area controllata dagli indigeni Mapuche, incentivò tutte le iniziative che ne favorissero la colonizzazione e, nell’ambito di tale progetto, il console cileno ad Amburgo, facendo leva sul diffuso malcontento della classe operaia tedesca ne esortò l’emigrazione verso il Cile con la promessa di un miglioramento della qualità della vita e del lavoro. Successivamente, acquisita la regione al governo Cileno, fu la volta della borghesia cui furono assegnati vasti appezzamenti di terreno per la realizzazione di abitazioni, scuole ed infrastrutture.
A breve distanza da Puerto Varas si stende per numerosi ettari il Parco Nazionale Vicente Pérez Rosales, la riserva naturale più antica del Cile. Lo sguardo si perde tra basse montagne innevate ed imponenti vulcani a forma di cono che si stagliano tra le nubi; tra di essi il Vulcano Osorno che completamente imbiancato troneggia sulla pianura d’erba chiara, la vegetazione bassa e rada, le distese di fango. Nei mesi invernali, l’abbondanza di neve e le condizioni meteo avverse ostacolano l’ascesa alla vetta del vulcano, costringendo il più delle volte a percorsi che corrono lungo le sue pendici, lambite da un’ansa del lago Llanquihuè. Il vulcano concede un’ulteriore meravigliosa vista a Los Saltos dove il fiume Petrouhè, scorrendo in particolari formazioni geologiche di origine vulcanica, si trasforma in potenti cascate d’acqua gorgogliante.Il fascino delicato della Patagonia del Nord lascia spazio, viaggiando verso Sud, al fascino misterioso e prepotente delle sconfinate lande meridionali, dove la tundra ed il ghiaccio si estendono per centinaia di chilometri.
Sul Fiordo di Ultima Esperanza, Puerto Natales, un modesto villaggio di pescatori, costituisce il punto d’accesso ad alcuni parchi nazionali della Patagonia meridionale: il Bernando O’Higgins ed il Torres del Paine.
Una piccola imbarcazione conduce alla scoperta del Parco O’Higgins navigando attraverso il Fiordo; è l’alba e la barca incede faticosamente lungo la costa, frenata dal vento forte, tra isole di cormorani e piccole cascate, fino a raggiungere i ghiacciai Balmaceda e Serrano, due lingue di ghiaccio azzurro che si tuffano nel mare, circondate da basse montagne innevate. Il Parco, che include la maggior parte dei ghiacciai del campo di ghiaccio della Patagonia del Sud, conserva la sua natura selvaggia e incontaminata, grazie al territorio aspro e, in alcuni punti impenetrabile, che ne ha scoraggiato l’accesso al turismo di massa.
Da giorni tempeste di pioggia, neve e vento si abbattono sulla regione. La maggior parte dei sentieri
del Parco del Torres del Paine è chiusa per eccessivo innevamento, così come i rifugi e gli accampamenti. Soltanto il Rifugio Grande, sul Lago Peohè, è aperto ed offre un servizio di base: niente riscaldamento, niente energia elettrica ad eccezione di due ore al giorno; soltanto un letto, una doccia calda che dà su una finestra malandata da cui entrano spifferi di aria pungente, gas per cucinare ed un’unica stanza con una stufa a legna per asciugare gli abiti e le attrezzature fradice di pioggia. Nei mesi invernali anche il servizio di trasporto pubblico è interrotto: per raggiungere l’ingresso del Parco da Puerto Natales occorre affidarsi a bus privati impiegati per i pochi turisti infreddoliti, prevalentemente sudamericani, diretti ai belvedere situati nella fascia più esterna della riserva. In pochi vanno oltre. Un’area di oltre 240.000 ettari, un territorio sconfinato che, lontano dall’affollamento estivo, viene restituito alla natura e agli animali, ritrovando la sua dimensione. Per chilometri e chilometri incontri soltanto mandrie di cavalli selvaggi che corrono alle pendici delle montagne in una pianura immensa ingiallita dall’inverno. Dove l’erba è più alta, vedi spuntare di tanto in tanto qualche grossa lepre bianca. I guanaco, cugini dei più noti lama, si muovono flemmaticamente nella tundra. Alzando lo sguardo, in lontananza, alcuni grossi condor volano in cerchio, segnale di una preda morta nei dintorni.
I pochi sentieri sgombri di neve si sono trasformati in ruscelli di acqua e fango. La pioggia rende i tratti di roccia nuda estremamente scivolosi. Il vento soffia con raffiche violente e repentine che superano i cento chilometri l’ora; man mano che ti inoltri nella riserva diventano più forti, ma impari a prevederne l’arrivo: un rombo intenso, giusto il tempo di accovacciarsi sotto il peso degli zaini e la raffica arriva, impietosa, sferzante. Lungo i tracciati che corrono bassi lungo il lago Peohè le raffiche spazzano forte l’acqua spingendola in onde nebulizzate verso la riva, che si insinuano come nebbia tra gli alberi spogli e neri in uno spettacolo fumoso, quasi spettrale; minuscole trombe d’aria si formano rapide ed improvvise vorticando veloci al centro del lago per poi dissolversi. Le sue acque, turchesi per la presenza di ciano batteri, si scuriscono sotto il cielo plumbeo, per riprendere tutto il loro colore, intenso e brillante, nei brevi attimi in cui le nuvole si diradano.

In quegli stessi fugaci momenti dalla foschia emergono maestosi, quasi prepotenti, i picchi del Paine, del tutto invisibili fino a pochi istanti prima: quello che sembrava un paesaggio piatto circondato dal cielo brumoso si popola di massicci di granito e di torri alte, lisce, appuntite, taglienti come lame. Il vento soffia via la nebbia dai ghiacciai azzurri nascosti tra le cime e spazza via la neve dalle rocce scure e, come un’artista con la sua matita, ridisegna i contorni del paesaggio. Nella velocità e nell’impetuosità con cui tutto cambia, nella forza libera e dirompente della natura senti la vita palpitare in tutta la sua energia ed il suo dinamismo. E in quella forza così travolgente ed inarrestabile, lungi dal provare timore o sgomento, cogli l’essenza stessa della libertà.
In un saliscendi continuo, promontorio dopo promontorio, conquisti la vista di laghi dalle sfumature e dalle forme variegate, come il Sarmiento, il Nordenskjold ed il Gray, che prende il nome dalla scura tonalità dei suoi colori. Costeggiandone le sponde si raggiunge l’omonimo ghiacciaio che si tuffa nelle sue acque in due grandi lingue dall’intensa colorazione, che dal blu scuro si schiarisce sino al cobalto. Nell’acqua iceberg azzurri galleggiano l’uno accanto all’altro, sfiorati di tanto in tanto da un fioco raggio di sole.
Questo Parco, peraltro dichiarato dall’Unesco, negli anni settanta, riserva naturale della biosfera, esprime esattamente lo spirito selvaggio e profondamente spirituale della Patagonia, la potenza della natura, la fatica e l’entusiasmo della conquista.
Non può dirsi altrettanto, invece, di un parco forse anche più famoso del Torres del Paine: il Parco dei Los Glaciares situato nell’area argentina della Patagonia.
Il fascino intrinseco e l’imponenza dei ghiacciai del Parco, Perito Moreno in primis, è innegabile, ma la fruibilità degli stessi riflette l’approccio tipicamente argentino alla natura: una risorsa da mettere in bella mostra e da sfruttare commercialmente anche a discapito della sua conservazione e della sua bellezza. Il concetto stesso di parco nazionale si trasforma: non più strumento inteso alla protezione dell’ambiente naturale, ma strumento ipocrita al servizio del turismo di massa. Una strada asfaltata, da El Calafate, si addentra nel Parco percorsa da bus ed auto private che conducono i visitatori fin sotto il ghiacciaio, che si può osservare percorrendo una passerella di ferro, in alcuni punti munita finanche di copertura e vetrate. E così ti ritrovi catapultato dinanzi ad un ghiacciaio millenario, terza riserva al mondo d’acqua dolce, ad osservarlo come fosse un quadro in un museo.
Ma i ghiacciai non sono quadri ed i parchi non sono musei.
La Patagonia, tuttavia, non è solo il luogo della natura prepotente e selvaggia, delle scalate epiche o delle imprese affascinanti descritte nei romanzi. La Patagonia è anche un luogo in cui la storia ha lasciato un’impronta visibile di sofferenza, teatro di soprusi e identità culturali tradite.
Un territorio solitario, ai confini del mondo, ma provvisto di abbondanti risorse naturali e minerarie. E dunque un territorio appetibile, come dimostrano le grandi colonizzazioni spagnole e portoghesi del Cinquecento, di cui recano l’impronta principalmente i territori più meridionali e, in particolare, la Terra del Fuoco. L’arida isola è attraversata da una strada sterrata che segue la costa bassa e frastagliata, battuta dal vento nell’orizzonte grigio illuminato da rari raggi di sole. Nulla intorno, soltanto guanaco adagiati nella tundra. Non è difficile immaginare come potesse essere il territorio ai tempi della colonizzazione da parte degli spagnoli che, attirati dai giacimenti auriferi della zona, sterminarono del tutto la popolazione indigena, di cui oggi resta traccia soltanto nelle vecchie canoe e negli altri reperti esposti nel museo di Porvenir. Una popolazione ai confini del mondo che viveva di pesca e di caccia, sfidando e vincendo i gelidi inverni australi; uomini che hanno vinto la forza della natura ma che nulla hanno potuto contro la barbarie selvaggia dell’uomo “civilizzato” che spinto dalla brama di ricchezza e di conquista ha ritenuto che la via più semplice fosse rappresentata dalla morte e dalla distruzione. D’altronde è il concetto stesso di “colonizzazione” che contiene in sé l’errore - e l’orrore - perché presuppone la volontà di supremazia attraverso l’espropriazione di terre altrui e la cancellazione di identità culturali e talora, come in questo caso, di un intero popolo. E così, non sai se considerare come un tributo o come un atto di ipocrisia quella statua così espressiva che, al centro di Porvenir, ritrae un indigeno che impugna un’arma, con lo sguardo rassegnato e carico di dolore di chi ha perduto la sua terra ed il suo futuro.
L’isola, più sviluppata nella parte argentina grazie ad una politica di agevolazioni fiscali e pressoché disabitata nell’area cilena, è collegata al continente dallo Stretto di Magellano.
Lo Stretto, che ha rivestito in passato un ruolo strategico sia dal punto di vista commerciale sia dal punto di vista politico e militare, è oggi una rotta commerciale secondaria, il cui traffico è mantenuto vivo per lo più dal turismo e dalle attività di estrazione del petrolio in Terra del Fuoco. Attività quest’ultima che stride fortemente con la politica di protezione ambientale adottata nella zona dal Governo e che ha portato, tra l’altro, all’istituzione, nel 2003, di un’area marina protetta.
Navigando nelle acque scure e ventose dello Stretto si raggiunge, sulla terra ferma, Punta Arenas, sulla cui costa stormi di albatros e cormorani si affollano numerosi. Punta Arenas è una delle poche cittadine sviluppate della Patagonia Meridionale, punto di partenza per le spedizioni scientifiche nell’Antartide e avamposto commerciale la cui fortuna è legata all’estrazione di petrolio e gas naturale nonché all’esportazione di lana e carne ovina. C’è vita e benessere in questo luogo dove la modernità cerca di farsi strada insinuandosi nelle pieghe più conservatrici della società.

Se ci si addentra nel cuore della città, tra
le case basse e colorate, inaspettatamente ci si trova dinanzi ad un edificio
verde con l’intonaco scrostato su cui campeggia una scritta rossa che a grandi
caratteri recita: “aquì se torturò”. La struttura, denominata “El Palacio de las Sonrisas”, è stato il principale centro di tortura del SIM, il servizio di intelligenza militare, nella regione dei Magallanes, durante la dittatura di Pinochet nel delirante tentativo di cancellare la sinistra marxista. La struttura, in cui furono torturate almeno millecinquecento persone, è diventato oggi un centro culturale che promuove la vita e i diritti umani.

Viaggiare attraverso la Patagonia nei mesi invernali, senza il velo della farsa estiva abilmente cucito dall’industria turistica, ti permette di cogliere anche le contraddittorietà e le fragilità di questa regione.
Sebbene essa viva, complessivamente una fase di rinascita e stabilizzazione, soffre ancora di gravi disparità sociali ed economiche e non riesce ad affrancarsi dal dualismo tra progresso e arretratezza.
Per un verso Il territorio ed il clima inospitale ne hanno reso difficile tanto l’urbanizzazione e la creazione di collegamenti tra le aree rurali e i pochi grandi centri abitati determinando isolamento e alimentando le difficoltà di una crescita omogenea sul piano sia sociale che economico. Per altro verso la politica molto spesso ha adottato strategie che hanno danneggiato le fasce più deboli e le aree più isolate, con il risultato che, ancora oggi, più di seicentomila persone costrette a condizioni di estrema povertà. E d’inverno, quando i turisti, la confusione ed il rumore scompaiono, tutto ciò diventa particolarmente evidente. Allontanandosi dai pochi centri ricchi, come Puerto Varas e Puerto Montt nel Nord o Punta Arenas nel Sud, resta infatti un senso di profonda desolazione. Restano i piccoli villaggi del Nord che si riducono spesso a null’altro che un’insegna, un minimarket ed un piccolo gruppo di case modestissime, separate le une dalle altre soltanto da rustiche staccionate di legno. Resta Puerto Natales nel Sud con le sue strade deserte e infangate, i marciapiedi sporchi e lastricati di ghiaccio, le baracche di lamiera, sterpaglie e cumuli di immondizia pronta per essere bruciata; restano i ristoranti chiusi, gli autobus malandati, i servizi ridotti, i centri di informazione inefficienti, gli abitanti chiusi in loro stessi e vagamente assopiti.
Numerose sono le campagne che inneggiano ad una crescita della regione e, se l’auspicio è che ciò possa tradursi in risultati concreti, la speranza maggiore è che il progresso e la modernità non cancellino quell’autenticità e quella spiritualità che ancora si respira in Patagonia in questi giorni d’inverno.
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martedì 29 luglio 2014
Racconto (estratto): Dominique e la preparazione al grande salto
(All rights reserved)
(segue da "Dominque e la Magnolia")
L'aria era leggera, così lontana dalla calura estiva tipica del mese di luglio, e Dominique camminava piano tra i vecchi palazzi e quell'inconfondibile odore di antico che promanava dalle grate degli scantinati a bordo strada.
(segue da "Dominque e la Magnolia")
L'aria era leggera, così lontana dalla calura estiva tipica del mese di luglio, e Dominique camminava piano tra i vecchi palazzi e quell'inconfondibile odore di antico che promanava dalle grate degli scantinati a bordo strada.
La sede della rivista non era lontana dal parco; durante il tragitto molte emozioni si affollavano nella sua mente : avrebbe lavorato per una delle riviste più note e più sognate del settore. Era davvero una grande occasione, si sentiva fiero e allo stesso tempo un pò turbato dall'opportunità che gli era stata data.
Questa occasione gli era piovuta quasi dal cielo, mai si sarebbe aspettato quella telefonata eppure era arrivata e adesso era lì, al cospetto di questo enorme palazzo pronto a ricevere le istruzioni per l'inizio di questa nuova avventura.
Saliva le scale un gradino dopo l'altro con il cuore che batteva forte. All'esterno nessuno avrebbe colto la sua tensione nascosta dietro ad un sorriso e l'aria imperturbabile, ma Dominique sentiva che stava giocando una delle partite più significative della sua vita. Già era accaduto in altre due occasioni ed in entrambe aveva vinto. Anche stavolta, era certo, ce l'avrebbe fatta.
All'ingresso la segretaria del direttore lo attendeva. Era una graziosa e gentile ragazza dai capelli rossi che lo accompagnò in una luminosa sala riunioni. Il direttore arrivò dopo pochi minuti. Guglielmo Della Rocca era un uomo alto, i capelli brizzolati e l'aria severa; entrò nella stanza salutando Dominique con un sorriso affabile e ringraziandolo per aver accettato l'invito.
"Dominique, come saprai, noi siamo un'azienda grande, strutturata e abbiamo un target da rispettare.
Non possiamo permetterci di sbagliare. Mai. Con questo non voglio terrorizzarti, ma voglio che ti sia chiaro qual è il nostro modo di lavorare. Tu sei molto giovane e non hai ancora raggiunto quella maturità professionale che generalmente cerchiamo nei nostri collaboratori. Tuttavia sappiamo che sei un'ottima penna, un ragazzo serio e fattivo. E sappiamo anche che sei un abile alpinista e noi abbiamo bisogno non solo di un giornalista ma anche di qualcuno che sia in grado di scalare quella montagna. Abbiamo deciso di darti fiducia, perché ci fidiamo molto delle tue referenze. L'incarico che vogliamo affidarti è importante e ti consentirà, se riuscirai a portarlo a termine in maniera esemplare, di fare il salto di qualità che alla tua età si impone e che ti spianerà la strada. L'impresa, evidentemente, è onerosa e per certi aspetti è un salto nel buio per entrambi. Te la senti di far parte del nostro team?"
Dominique ascoltava quelle parole così dure, dirette. Il direttore era noto per il suo rigore e per il suo perfezionismo, ma ne apprezzava i modi decisi e trasparenti: non c'era nulla, infatti, che odiasse più dei giri di parole, delle mezze verità o peggio delle bugie che in tutti quegli anni aveva sentito. Della Rocca avrebbe potuto insegnargli tanto e Dominique non aveva alcuna intenzione di lasciarsi spaventare dall'impegno e dai rischi che accettare quella proposta avrebbe comportato e rispose con fermezza: "Direttore, la ringrazio davvero molto per la fiducia che mi sta accordando e credo di potermi assumere il rischio di questa collaborazione. E' vero: sono giovane e non ho ancora maturato il livello di esperienza per voi auspicabile, ma posso assicurarle che mi sono sempre impegnato a fondo in qualsiasi cosa abbia fatto; ho sempre amato scrivere più di qualunque altra cosa e ho sempre cercato di farlo nel migliore dei modi, con puntualità, precisione e motivazione. E intendo dare il meglio di me anche questa volta".
"Bene Dominique. Noi cerchiamo persone che riescano a portarsi oltre i propri limiti. Spero dunque non deluderai le nostre aspettative. Per quanto riguarda i dettagli dell'impresa, ti anticipo che l'inizio della spedizione sul Fitz Roy è prevista per il mese di dicembre. Alessandro Molinari, l'alpinista che scalerà il ghiacciaio, come sai, ha deciso di farlo in free-solo e questo rende molto più affascinante, ma anche molto più pericolosa, l'avventura. Partirete per la Patagonia il primo dicembre e vi tratterrete lì fino a quando le condizioni meteo non consentiranno l'ascensione. Come puoi immaginare è possibile che ci vogliano settimane e settimane, quindi è necessario che tu mi garantisca la totalità del tuo tempo di qui ai prossimi mesi. Faranno parte del gruppo Claudio Ancillotti, che collaborerà con te alla stesura dei testi, Albert Cortina, fotoreporter e Hans Mayer videomaker. Ancillotti e Mayer seguiranno l'ascensione da un elicottero; Cortina scalerà con te e sarete accompagnati da una guida locale che abbiamo già scelto. E' stato organizzato tutto in maniera molto accurata. Per i dettagli, domani mattina ti contatterà Sara Padovani, la mia collaboratrice, che ti darà tutte le necessarie informazioni sia per quanto riguarda l'organizzazione della spedizione sia per quanto riguarda tutti i termini della nostra collaborazione. Benvenuto a bordo Dominique".
Dominique percorse il corridoio che portava all'uscita, dagli uffici provenivano voci e risa che si mescolavano al ticchettare veloce delle dita sulle tastiere. Arrivò nell'atrio e uscì. Una pioggia leggera scendeva sulla città, l'aria era fresca e Dominique inspirò profondamente.
Non era ancora completamente consapevole di ciò che gli stava accadendo, ma sentiva che adesso i riflettori erano accesi su di lui: Della Rocca non scherzava ed anche Martin Giraud, il mentore di Dominique, uno dei primi direttori con cui aveva collaborato, avrebbe vigilato attentamente sul suo operato.
Dominique aveva sentito riaccendersi dentro di sé la scintilla della sfida, cui si sarebbe approcciato con la fierezza e l'umiltà che da sempre lo contraddistinguevano. Ancora una volta avrebbe spinto al massimo le proprie capacità di giornalista e di alpinista; ancora una volta avrebbe cercato di dare il meglio di sé e di superare i propri limiti. "Cerchiamo persone che riescano a portarsi oltre i propri limiti": queste erano state le parole del direttore ed era proprio questo lo spirito che aveva consentito a Dominique di farsi strada nella vita personale e professionale; aveva sempre scelto la via più difficile per realizzare se stesso e non si era mai arreso davanti agli ostacoli. Più ardua era la sfida più forte diventava la motivazione e più agevolmente riusciva a conquistare il risultato. Sentii una gran forza ed una grande energia dentro di sé. Finalmente le sue più grandi passioni, il giornalismo e l'alpinismo, si coniugavano in un'esperienza che l'avrebbe portato a superare se stesso. Le aspettative di tutti erano molto elevate, ma era lui che stava puntando tutto su quella carta e non poteva e non voleva perdere. Nei mesi che lo separavano dalla spedizione si sarebbe allenato duramente e durante l'estate avrebbe fatto un viaggio in Patagonia per iniziare a respirarne l'aria e le sensazioni, un viaggio propedeutico che avrebbe reso più ricco e avvincente il suo reportage.
Guardò l'orologio, erano le sei. Doveva affrettarsi, il volo per Parigi sarebbe partito dopo un'ora.
Chiamò un taxi e corse in aeroporto.
Mentre l'aereo si staccava da terra, ripensò a quella giornata piena di emozioni, al mattino di riflessione e di quiete al parco che gli aveva restituito serenità ed al pomeriggio che gli aveva dato una gran carica riaccendendo la fiamma della competizione e della battaglia. Adesso era sul trampolino ed era finalmente pronto al grande salto. Chiuse gli occhi e sorridendo si lasciò cullare dall'aereo che, volteggiando tra le nuvole, conquistava la propria rotta.
Guardò l'orologio, erano le sei. Doveva affrettarsi, il volo per Parigi sarebbe partito dopo un'ora.
Chiamò un taxi e corse in aeroporto.
Mentre l'aereo si staccava da terra, ripensò a quella giornata piena di emozioni, al mattino di riflessione e di quiete al parco che gli aveva restituito serenità ed al pomeriggio che gli aveva dato una gran carica riaccendendo la fiamma della competizione e della battaglia. Adesso era sul trampolino ed era finalmente pronto al grande salto. Chiuse gli occhi e sorridendo si lasciò cullare dall'aereo che, volteggiando tra le nuvole, conquistava la propria rotta.
venerdì 25 luglio 2014
Fiaba:"Giulietta e l'incontro con lo squalo vampiro".
(All rights reserved)
Questa è la storia di Giulietta e del suo incontro con Baz, lo squalo vampiro!
Giulietta ha cinque anni, tanti riccioletti, occhi chiari ridenti e l'aria simpatica e furbetta!
Ama trascorrere i suoi pomeriggi immersa nella sua stanza tra fogli e matite colorate inventando storie e immaginando mille avventure.
Oggi Giulietta è particolarmente contenta.
E' una bella giornata di primavera e, all'uscita dall'asilo, ha fatto una lunga passeggiata al parco con la nonna. Insieme hanno ricordato i nomi dei fiori e dato da mangiare alle paperelle nel laghetto.
E poi, immancabile, è arrivato anche l'appuntamento con l'altalena. Giulietta adora andare sull'altalena!
Ad ogni spinta le sembra di avvicinarsi sempre più a quelle nuvolette bianche e soffici come ovatta; che bello sarebbe poterle toccare, rotolarcisi sopra e saltellare dall'una all'altra!
Un gioco dopo l'altro, giunge l'ora della merenda e Giulietta e la nonna rientrano a casa.
La nonna ha preparato una deliziosa crema alla frutta con fragranti biscottini che Giulietta mangia di gusto, seduta in cucina, mentre un delicato profumo di fiori entra dalla grande vetrata aperta.
Terminata la merenda e dato un bacio alla nonna, Giulietta si dirige saltellando nella sua cameretta dove il suo ultimo disegno attende di essere completato.
E così mentre Giulietta è intenta nella sua opera, con le dita incollate e i brillantini cosparsi sul suo tavolino, sente un rumore venire dal terrazzo.
Apre la grande vetrata, si guarda attorno e vede spuntare tra i rami dell'acero rosso una pinna...
"Una pinna?" si chiede con gli occhi pieni di stupore!
Eh sì, proprio una pinna, grigia e lucente!
Giulietta sposta le foglie ed ecco comparire anche il proprietario della piccola pinna: uno squaletto dal mantellino rosso, l'aria un pò goffa e intimidita.
"E tu chi sei?" esclama Giulietta, tra l'incerto e il divertito.
"Ciao", risponde un pò impaurito lo squalo, "Io sono Baz, lo squalo vampiro, e tu chi sei?"
"Io mi chiamo Giulietta e questo è il mio terrazzo. Cosa ci fai nascosto dietro l'albero della mia mamma? Non dovresti essere a nuotare nell'oceano?"
"Viaggiavo con il mio elicotterino ma son caduto! Non sapevo dove fossi e mi sono nascosto. Non vorrai mica mangiarmi adesso?"
"Mangiarti? Io non mangio gli squali!" risponde la bimba ridendo.
"Meno male!" esclama lo squalo vampiro. E così, rassicurato, saltellando sulla coda si avvicina a Giulietta e, porgendole la pinna, con un inchino dice "felice di conoscerti Giulietta e scusa se il mio elicotterino è finito tra le piante della tua mamma".
"Oh, felice di conoscere te squaletto" risponde Giulietta. "Adesso però dobbiamo liberare il tuo elicotterino prima che torni la mia mamma".
Giulietta e Baz, tira di qua e tira di là, riescono a liberare l'elicotterino dai gerani e lo posizionano accanto alla vetrata. L'elicotterino è intero e, per fortuna, è in grado di volare ancora!
Giulietta e lo squalo vampiro si concedono un attimo di riposo e Giulietta domanda:
"Squaletto, da dove arrivi con il tuo elicotterino?"
"Vengo dal Pianeta Papero, un pianeta lontano miliardi di anni luce dalla Terra".
"Ma allora sei in viaggio da miliardi di anni?" risponde Giulietta un pò perplessa.
"No, perché accanto alla Luna c'è una piccola porta, che voi non riuscite a vedere; con un telecomando la porta si apre e si entra in una galleria che veloce porta sul mio pianeta."
"Che bello, squaletto! Raccontami com'è fatto il tuo pianeta. Ci sono i fiori e le piante? E le altalene? E, dimmi, tutti gli animali parlano?" Giulietta è davvero curiosa e vorrebbe proprio saper tutto dello squalo vampiro e del suo pianetino.
"Il mio pianeta è un pò più piccolo della Terra e ha due grandi continenti. Un continente dove tutto, le pianure e le montagna altissime, sono completamente ghiacciate ed è abitato solo da grandi orsi bianchi e pinguini con la pancia blu. Il mare è freddissimo e vi nuotano solo le temerarie foche viola.
Lì non crescono alberi, ma solo grandi fiori bianchi, azzurri e lilla che cantano sulle note del vento.
Tutti gli animali si nutrono di piccoli frutti gialli che crescono sui pendii assolati delle montagne.
E poi c'è un altro continente, circondato da un mare caldo color smeraldo dove nuotano milioni di pesciolini dai mille colori, che hanno costruito le loro case tra i coralli rosa e le rocce chiare. Il mare bagna spiagge grandissime che si estendono fino a diventare deserti di sabbia rossa.
Più all'interno, in questo continente, ci sono grandi colline verdi, boschi e torrenti di acqua fresca.
Questo continente è abitato da papere azzurre che governano l'intero pianeta e poi da mucche, uccellini e farfalle multicolori. Ci sono milioni di alberi e fiori molto diversi da quelli che avete sulla Terra, più grandi, più colorati e, poi, ognuno ha una caratteristica particolare. Ai fiori, come ti dicevo, piace cantare, mentre gli alberi amano fare lunghe passeggiate, attraversando il deserto, per vedere il mare".
"Squaletto, ma anche voi avete il Sole?"
"Abbiamo un grande Sole arancione, molto simile al vostro; però se guardi bene il nostro sole è speciale, perché ha gli occhi, il naso e un gran sorriso. Solo quando è arrabbiato scompare dietro alle nuvole e lascia che scenda giù la pioggia. E quando questo accade gli alberi, le piante e i fiori si rifugiano nelle grotte, non crescono più i frutti del mare e della terra e l'acqua dei torrenti diventa amara".
"E si arrabbia spesso il vostro Sole?" chiede Giulietta.
"No, soltanto quando gli abitanti del pianeta litigano tra loro. E' per questo che non ci sono mai guerre sul pianeta Papero; gli abitanti hanno imparato a vivere in armonia tra loro per godere dei benefici del Sole ed essere felici".
Giulietta fa ancora tante domande allo squalo vampiro e scopre che quest'ultimo fa parte di una nobile famiglia che abita su un'isoletta del continente dal mare smeraldo. Indossa una mantellina rossa in segno della sua regalità e si nutre solo di succo di pomodoro.
Ormai è sera e la nonna chiama Giulietta per il bagnetto e la cena.
"Adesso devo andare Baz. Ma tornerai a trovarmi per raccontarmi ancora del tuo pianeta?"
"Certo Giulietta!"
E così con la promessa di rivedersi ancora, Giulietta e lo squalo vampiro si salutano.
Lo squalo parte a bordo del suo elicotterino rosa mentre Giulietta lo saluta con la manina dal suo terrazzo.
Il suono del campanello della porta di casa annuncia finalmente l'arrivo di mamma e papà.
Giulietta corre loro incontro, felice di riabbracciarli! Come ogni sera, dopo cena, seduti sul divano, tra tante coccole, giocheranno e si racconteranno le avventure della giornata!
Questa è la storia di Giulietta e del suo incontro con Baz, lo squalo vampiro!
Giulietta ha cinque anni, tanti riccioletti, occhi chiari ridenti e l'aria simpatica e furbetta!
Ama trascorrere i suoi pomeriggi immersa nella sua stanza tra fogli e matite colorate inventando storie e immaginando mille avventure.
Oggi Giulietta è particolarmente contenta.
E' una bella giornata di primavera e, all'uscita dall'asilo, ha fatto una lunga passeggiata al parco con la nonna. Insieme hanno ricordato i nomi dei fiori e dato da mangiare alle paperelle nel laghetto.
E poi, immancabile, è arrivato anche l'appuntamento con l'altalena. Giulietta adora andare sull'altalena!
Ad ogni spinta le sembra di avvicinarsi sempre più a quelle nuvolette bianche e soffici come ovatta; che bello sarebbe poterle toccare, rotolarcisi sopra e saltellare dall'una all'altra!
Un gioco dopo l'altro, giunge l'ora della merenda e Giulietta e la nonna rientrano a casa.
La nonna ha preparato una deliziosa crema alla frutta con fragranti biscottini che Giulietta mangia di gusto, seduta in cucina, mentre un delicato profumo di fiori entra dalla grande vetrata aperta.
Terminata la merenda e dato un bacio alla nonna, Giulietta si dirige saltellando nella sua cameretta dove il suo ultimo disegno attende di essere completato.
E così mentre Giulietta è intenta nella sua opera, con le dita incollate e i brillantini cosparsi sul suo tavolino, sente un rumore venire dal terrazzo.
Apre la grande vetrata, si guarda attorno e vede spuntare tra i rami dell'acero rosso una pinna...
"Una pinna?" si chiede con gli occhi pieni di stupore!
Eh sì, proprio una pinna, grigia e lucente!
Giulietta sposta le foglie ed ecco comparire anche il proprietario della piccola pinna: uno squaletto dal mantellino rosso, l'aria un pò goffa e intimidita.
"E tu chi sei?" esclama Giulietta, tra l'incerto e il divertito.
"Ciao", risponde un pò impaurito lo squalo, "Io sono Baz, lo squalo vampiro, e tu chi sei?"
"Io mi chiamo Giulietta e questo è il mio terrazzo. Cosa ci fai nascosto dietro l'albero della mia mamma? Non dovresti essere a nuotare nell'oceano?"
"Viaggiavo con il mio elicotterino ma son caduto! Non sapevo dove fossi e mi sono nascosto. Non vorrai mica mangiarmi adesso?"
"Mangiarti? Io non mangio gli squali!" risponde la bimba ridendo.
"Meno male!" esclama lo squalo vampiro. E così, rassicurato, saltellando sulla coda si avvicina a Giulietta e, porgendole la pinna, con un inchino dice "felice di conoscerti Giulietta e scusa se il mio elicotterino è finito tra le piante della tua mamma".
"Oh, felice di conoscere te squaletto" risponde Giulietta. "Adesso però dobbiamo liberare il tuo elicotterino prima che torni la mia mamma".
Giulietta e Baz, tira di qua e tira di là, riescono a liberare l'elicotterino dai gerani e lo posizionano accanto alla vetrata. L'elicotterino è intero e, per fortuna, è in grado di volare ancora!
Giulietta e lo squalo vampiro si concedono un attimo di riposo e Giulietta domanda:
"Squaletto, da dove arrivi con il tuo elicotterino?"
"Vengo dal Pianeta Papero, un pianeta lontano miliardi di anni luce dalla Terra".
"Ma allora sei in viaggio da miliardi di anni?" risponde Giulietta un pò perplessa.
"No, perché accanto alla Luna c'è una piccola porta, che voi non riuscite a vedere; con un telecomando la porta si apre e si entra in una galleria che veloce porta sul mio pianeta."
"Che bello, squaletto! Raccontami com'è fatto il tuo pianeta. Ci sono i fiori e le piante? E le altalene? E, dimmi, tutti gli animali parlano?" Giulietta è davvero curiosa e vorrebbe proprio saper tutto dello squalo vampiro e del suo pianetino.
"Il mio pianeta è un pò più piccolo della Terra e ha due grandi continenti. Un continente dove tutto, le pianure e le montagna altissime, sono completamente ghiacciate ed è abitato solo da grandi orsi bianchi e pinguini con la pancia blu. Il mare è freddissimo e vi nuotano solo le temerarie foche viola.
Lì non crescono alberi, ma solo grandi fiori bianchi, azzurri e lilla che cantano sulle note del vento.
Tutti gli animali si nutrono di piccoli frutti gialli che crescono sui pendii assolati delle montagne.
E poi c'è un altro continente, circondato da un mare caldo color smeraldo dove nuotano milioni di pesciolini dai mille colori, che hanno costruito le loro case tra i coralli rosa e le rocce chiare. Il mare bagna spiagge grandissime che si estendono fino a diventare deserti di sabbia rossa.
Più all'interno, in questo continente, ci sono grandi colline verdi, boschi e torrenti di acqua fresca.
Questo continente è abitato da papere azzurre che governano l'intero pianeta e poi da mucche, uccellini e farfalle multicolori. Ci sono milioni di alberi e fiori molto diversi da quelli che avete sulla Terra, più grandi, più colorati e, poi, ognuno ha una caratteristica particolare. Ai fiori, come ti dicevo, piace cantare, mentre gli alberi amano fare lunghe passeggiate, attraversando il deserto, per vedere il mare".
"Squaletto, ma anche voi avete il Sole?"
"Abbiamo un grande Sole arancione, molto simile al vostro; però se guardi bene il nostro sole è speciale, perché ha gli occhi, il naso e un gran sorriso. Solo quando è arrabbiato scompare dietro alle nuvole e lascia che scenda giù la pioggia. E quando questo accade gli alberi, le piante e i fiori si rifugiano nelle grotte, non crescono più i frutti del mare e della terra e l'acqua dei torrenti diventa amara".
"E si arrabbia spesso il vostro Sole?" chiede Giulietta.
"No, soltanto quando gli abitanti del pianeta litigano tra loro. E' per questo che non ci sono mai guerre sul pianeta Papero; gli abitanti hanno imparato a vivere in armonia tra loro per godere dei benefici del Sole ed essere felici".
Giulietta fa ancora tante domande allo squalo vampiro e scopre che quest'ultimo fa parte di una nobile famiglia che abita su un'isoletta del continente dal mare smeraldo. Indossa una mantellina rossa in segno della sua regalità e si nutre solo di succo di pomodoro.
Ormai è sera e la nonna chiama Giulietta per il bagnetto e la cena.
"Adesso devo andare Baz. Ma tornerai a trovarmi per raccontarmi ancora del tuo pianeta?"
"Certo Giulietta!"
E così con la promessa di rivedersi ancora, Giulietta e lo squalo vampiro si salutano.
Lo squalo parte a bordo del suo elicotterino rosa mentre Giulietta lo saluta con la manina dal suo terrazzo.
Il suono del campanello della porta di casa annuncia finalmente l'arrivo di mamma e papà.
Giulietta corre loro incontro, felice di riabbracciarli! Come ogni sera, dopo cena, seduti sul divano, tra tante coccole, giocheranno e si racconteranno le avventure della giornata!
mercoledì 16 luglio 2014
Racconto (estratto): Dominique e la magnolia
(All rights reserved)
Era disteso sul prato all'ombra dei platani, ascoltando il dolce fluire delle acque del fiume, mentre il profumo dell'erba fresca del mattino si mescolava alle note armoniose dei fiori di gelsomino del vicino bistrot.
Alle sue orecchie arrivavano le incitazioni degli allenatori della scuola di canottaggio, gli strilletti dei bimbi che con i nonni attraversavano il parco e, soltanto in lontananza, il rumore di sottofondo della città.
Dominique amava quella città, amava la dimensione di quiete e la sensazione di pace che ogni volta che vi si recava lo pervadeva. Aveva vissuto pochi mesi tra i palazzi antichi, le piazze e le colline di quel salotto un pò nostalgico e dalla forte ispirazione francese, eppure quel periodo aveva lasciato dentro di lui un'impronta profonda. E adesso, come altre volte nei mesi precedenti, aveva accolto con favore questa breve trasferta, lontana dai cieli un pò grigi e dal traffico impazzito di Parigi.
Una notte ed un giorno da spendere, finalmente, lontano dalla routine. Era un pò affannato in quel periodo per i delicati impegni professionali e per le inaspettate prove che la vita gli aveva posto.
Ma la sorte aveva voluto che in quei giorni una nota rivista avesse deciso di proporgli un nuovo reportage.
L'idea lo entusiasmava, gli aveva dato nuova adrenalina dopo lunghi mesi in cui i suoi articoli erano stati incentrati prevalentemente sulla posizione assunta dagli Stati e dai cittadini nei confronti dell'Unione Europea. Un argomento certamente interessante che aveva approfondito con numerosi viaggi ed interviste, sicuramente stimolanti, ma che lasciava sempre in lui una sensazione di disagio, di disappunto, se non, in alcuni casi, addirittura di fastidiosa impotenza. Non gli piaceva la gestione delle politiche nazionali ma ancor più si rammaricava della scarsa incisività del ruolo degli organismi europei, che non riuscivano ad espletare quella funzione di garanzia e di effettivo coordinamento che sarebbe loro spettata.
Ma adesso una nuova sfida si affacciava nella sua vita professionale: un reportage sull'ascensione in free-solo di una montagna fino a quel momento considerata inaccessibile in quella modalità.
L'altro emisfero e una nuova avventura lo attendevano.
Avrebbe raccontato i momenti precedenti l'ascensione, quella sensazione mista di impazienza, paura, invincibilità...e poi avrebbe raccolto il racconto delle emozioni degli alpinisti durante la salita e avrebbe raccontato le sue stesse emozioni nello scalare quel ghiacciaio, la trepidante attesa, il timore sui passaggi più ardui, l'esaltazione e la gioia al raggiungimento della vetta.
Il suo reportage avrebbe fatto il giro del mondo e, da appassionato di alpinismo, il suo unico desiderio era quello di riuscire a trasmettere ai lettori le sensazioni che solo la montagna è in grado di suscitare. Perché la montagna per lui non era solo passeggiate tra i boschi, polenta nei rifugi e calde serate davanti al camino...la montagna era passione, sacrificio, impegno e rispetto. E ancora una volta aveva la possibilità di essere testimone e, in parte, protagonista di tutto ciò.
Nel pomeriggio l'attendeva una riunione con il direttore della rivista per fissare i dettagli della collaborazione e della spedizione.
Era impaziente e carico di energia, ma allo stesso tempo desiderava godersi il senso di pace di quelle ore, aveva voglia di fermarsi un momento, sentir fluire le sensazioni dei giorni precedenti e lasciar scivolar via da sé ciò che l'aveva turbato.
Mentre seguiva il filo dei suoi pensieri un fiore di magnolia attirò la sua attenzione. Quel fiore gli era sempre piaciuto, non solo per la delicatezza e la purezza dei suoi colori e dei suoi petali, ma anche per la sua profonda capacità di adattamento che gli aveva permesso, nei secoli, di svilupparsi e crescere nei territori più disparati, dall'Europa, al Nord America all'Asia; per la sua forza che gli consentiva di resistere, nonostante l'apparente delicatezza, anche negli ambienti più ostili come l'Himalaya; e per l'essere simbolo, nel linguaggio dei fiori, di valori come la dignità e la perseveranza.
Quel fiore, sprigionando il suo profumo e imponendosi con il bianco dei suoi petali tra le foglie verdi di quell'albero così imponente, lo aveva riscosso rammentandogli al contempo come anche un momento dalle opache sfumature di grigio possa tornare a colorarsi di tinte calde, vitali, dolci e allo stesso tempo cariche di passione.
Quella mattina di libertà capitata per caso aveva avuto su di lui un effetto rigenerante.
Come l'ancestrale ed inconscio presagio di morte dinanzi ad un eclissi si dilegua appena il sole riappare in tutto il suo colore, così nell'aria leggera e profumata del mattino, l'eco di quelle sensazioni che l'avevano turbato lo abbandonava senza lasciare alcuna traccia nella sua vita.
Dominique si era reso conto, ancora una volta, di come niente e nessuno avrebbe potuto piegare la sua vita e le sue certezze, di come niente e nessuno avrebbe potuto sottrargli ciò in cui profondamente credeva. Perché nessuno poteva neanche immaginare quale fosse la forza del suo essere e di ciò che aveva costruito.
Gli tornò alla mente una frase che aveva sentito durante un viaggio in Arabia alcuni anni prima e che non avrebbe più scordato: "non può un vento caldo, che si insinua tra le oasi, cancellare le dune del deserto perché esse si trasformeranno sempre, ma nulla potrà mai distruggerle".
Era disteso sul prato all'ombra dei platani, ascoltando il dolce fluire delle acque del fiume, mentre il profumo dell'erba fresca del mattino si mescolava alle note armoniose dei fiori di gelsomino del vicino bistrot.
Alle sue orecchie arrivavano le incitazioni degli allenatori della scuola di canottaggio, gli strilletti dei bimbi che con i nonni attraversavano il parco e, soltanto in lontananza, il rumore di sottofondo della città.
Dominique amava quella città, amava la dimensione di quiete e la sensazione di pace che ogni volta che vi si recava lo pervadeva. Aveva vissuto pochi mesi tra i palazzi antichi, le piazze e le colline di quel salotto un pò nostalgico e dalla forte ispirazione francese, eppure quel periodo aveva lasciato dentro di lui un'impronta profonda. E adesso, come altre volte nei mesi precedenti, aveva accolto con favore questa breve trasferta, lontana dai cieli un pò grigi e dal traffico impazzito di Parigi.
Una notte ed un giorno da spendere, finalmente, lontano dalla routine. Era un pò affannato in quel periodo per i delicati impegni professionali e per le inaspettate prove che la vita gli aveva posto.
Ma la sorte aveva voluto che in quei giorni una nota rivista avesse deciso di proporgli un nuovo reportage.
L'idea lo entusiasmava, gli aveva dato nuova adrenalina dopo lunghi mesi in cui i suoi articoli erano stati incentrati prevalentemente sulla posizione assunta dagli Stati e dai cittadini nei confronti dell'Unione Europea. Un argomento certamente interessante che aveva approfondito con numerosi viaggi ed interviste, sicuramente stimolanti, ma che lasciava sempre in lui una sensazione di disagio, di disappunto, se non, in alcuni casi, addirittura di fastidiosa impotenza. Non gli piaceva la gestione delle politiche nazionali ma ancor più si rammaricava della scarsa incisività del ruolo degli organismi europei, che non riuscivano ad espletare quella funzione di garanzia e di effettivo coordinamento che sarebbe loro spettata.
Ma adesso una nuova sfida si affacciava nella sua vita professionale: un reportage sull'ascensione in free-solo di una montagna fino a quel momento considerata inaccessibile in quella modalità.
L'altro emisfero e una nuova avventura lo attendevano.
Avrebbe raccontato i momenti precedenti l'ascensione, quella sensazione mista di impazienza, paura, invincibilità...e poi avrebbe raccolto il racconto delle emozioni degli alpinisti durante la salita e avrebbe raccontato le sue stesse emozioni nello scalare quel ghiacciaio, la trepidante attesa, il timore sui passaggi più ardui, l'esaltazione e la gioia al raggiungimento della vetta.
Il suo reportage avrebbe fatto il giro del mondo e, da appassionato di alpinismo, il suo unico desiderio era quello di riuscire a trasmettere ai lettori le sensazioni che solo la montagna è in grado di suscitare. Perché la montagna per lui non era solo passeggiate tra i boschi, polenta nei rifugi e calde serate davanti al camino...la montagna era passione, sacrificio, impegno e rispetto. E ancora una volta aveva la possibilità di essere testimone e, in parte, protagonista di tutto ciò.
Nel pomeriggio l'attendeva una riunione con il direttore della rivista per fissare i dettagli della collaborazione e della spedizione.
Era impaziente e carico di energia, ma allo stesso tempo desiderava godersi il senso di pace di quelle ore, aveva voglia di fermarsi un momento, sentir fluire le sensazioni dei giorni precedenti e lasciar scivolar via da sé ciò che l'aveva turbato.
Mentre seguiva il filo dei suoi pensieri un fiore di magnolia attirò la sua attenzione. Quel fiore gli era sempre piaciuto, non solo per la delicatezza e la purezza dei suoi colori e dei suoi petali, ma anche per la sua profonda capacità di adattamento che gli aveva permesso, nei secoli, di svilupparsi e crescere nei territori più disparati, dall'Europa, al Nord America all'Asia; per la sua forza che gli consentiva di resistere, nonostante l'apparente delicatezza, anche negli ambienti più ostili come l'Himalaya; e per l'essere simbolo, nel linguaggio dei fiori, di valori come la dignità e la perseveranza.
Quel fiore, sprigionando il suo profumo e imponendosi con il bianco dei suoi petali tra le foglie verdi di quell'albero così imponente, lo aveva riscosso rammentandogli al contempo come anche un momento dalle opache sfumature di grigio possa tornare a colorarsi di tinte calde, vitali, dolci e allo stesso tempo cariche di passione.
Quella mattina di libertà capitata per caso aveva avuto su di lui un effetto rigenerante.
Come l'ancestrale ed inconscio presagio di morte dinanzi ad un eclissi si dilegua appena il sole riappare in tutto il suo colore, così nell'aria leggera e profumata del mattino, l'eco di quelle sensazioni che l'avevano turbato lo abbandonava senza lasciare alcuna traccia nella sua vita.
Dominique si era reso conto, ancora una volta, di come niente e nessuno avrebbe potuto piegare la sua vita e le sue certezze, di come niente e nessuno avrebbe potuto sottrargli ciò in cui profondamente credeva. Perché nessuno poteva neanche immaginare quale fosse la forza del suo essere e di ciò che aveva costruito.
Gli tornò alla mente una frase che aveva sentito durante un viaggio in Arabia alcuni anni prima e che non avrebbe più scordato: "non può un vento caldo, che si insinua tra le oasi, cancellare le dune del deserto perché esse si trasformeranno sempre, ma nulla potrà mai distruggerle".
Il suo sguardo si riempii di nuovo delle note colorate dei suoi pensieri e delle sue emozioni, nelle sue vene ricominciò a scorrere impetuosa la vita e nel cuore riecheggiarono i suoi battiti, forti e vigorosi.
E con l'invincibile fierezza di chi ha la consapevolezza di aver vinto si issò in piedi e, raccolto il suo zaino, con i riccioli che ricadevano sulla fronte corse incontro alla nuova meravigliosa avventura che di lì a poco avrebbe vissuto.
lunedì 30 giugno 2014
Un ristretto poco macchiato
Questa è la ministoriella che ho scritto per il contest " Storie di caffè ".
La parte in corsivo è quella proposta dagli organizzatori del contest come punto di partenza per il piccolo racconto di 600 caratteri.
E' possibile votarla andando sul Sito. Se la mia storiella dovesse piacere sarà pubblicata in un piccolo libro edito da Mondadori.
La parte in corsivo è quella proposta dagli organizzatori del contest come punto di partenza per il piccolo racconto di 600 caratteri.
E' possibile votarla andando sul Sito. Se la mia storiella dovesse piacere sarà pubblicata in un piccolo libro edito da Mondadori.
"Mi ero da poco trasferito nella nuova casa, e una mattina scesi per andare al bar e prendere un bel caffè. C'era un po' di gente, così aspettai qualche secondo. Appena mi sembrò che il barista fosse libero mi feci avanti… e chiesi un caffè ristretto poco macchiato. Il barista mi guardò perplesso ma io, orfana della mia città e del mio caffè, unico e inimitabile, insistei. Per mesi bevvi caffè ristretti poco macchiati certa di tutelare il mio palato rattristato quando, un bel giorno, per un attimo di distrazione, chiesi un caffè. Un caffè e basta. Quel giorno scoprii che anche lontano da casa un caffè poteva essere buono e che spesso per pregiudizio ci priviamo del piacere di gustare una nuova vita e i suoi sapori. Aprii dunque il mio cuore e le mie papille a questa terra e fu così che ebbe inizio la mia felicità."
lunedì 16 giugno 2014
Giugno
Finalmente sta arrivando!
L'estate, la stagione dei ghiacciai, delle camminate infinite tra paesaggi incontaminati in cui ti faranno compagnia solo il riflesso del sole sulle cime, i prati, l'aria leggera.
Ancora chiusa tra le pareti dello studio, la mente vola via lontano sognando nuove avventure.
Scorrono veloci i giorni di Giugno!
Il mese dell'organizzazione, delle guide, dei quaderni di appunti, delle serate trascorse a studiare percorsi, itinerari, a ricercare voli, bus e alloggi.
Il mese in cui fai il check dell'attrezzatura in garage tra polvere e scatoloni, cercando quella vite da ghiaccio misteriosamente scomparsa o la frontale intrappolata tra corde e scarponi.
Il mese dei sogni, dell'immaginazione.
La promessa di emozioni intense a contatto con la natura, di incontri con viaggiatori eccentrici, come i vecchietti con la maggiolina che attraversano l'oceano a bordo di un cargo per raggiungere l'altro emisfero; o l'alpinista solitario che ha toccato le cime più alte del mondo.
Viaggiare non solo per andare alla scoperta di luoghi e culture lontane, profumi e sapori sconosciuti,
ma viaggiare anche per scoprire il mondo attraverso la percezione degli altri viaggiatori, attraverso i loro occhi, i loro racconti e le loro esperienze.
Raccogliere in un'espressione o in una frase una piccola goccia di vita, le impressioni e le emozioni che un paesaggio può generare o gli insegnamenti e i nuovi punti di vista che possono derivare da un incontro.
Quando viaggio mi piace fermarmi in un luogo quel tanto che occorre per sentirmene parte.
A due passi da casa o dall'altra parte del mondo, accanto al mare o al cospetto di un'immensa montagna o in un piccolo villaggio, poco importa. Ciò che conta è fermarsi.
Lasciarsi attraversare dai colori, i suoni, i profumi; percepire l'energia di quel luogo e di quel momento; ascoltare l'eco che hanno dentro di te.
Questo per me significa davvero viaggiare, creare una prospettiva ed un'esperienza di viaggio davvero unica e personale.
Un'esperienza che in questo modo, sono certa, resterà sempre parte di me e del mio piccolo bagaglio di vita.
L'estate, la stagione dei ghiacciai, delle camminate infinite tra paesaggi incontaminati in cui ti faranno compagnia solo il riflesso del sole sulle cime, i prati, l'aria leggera.
Ancora chiusa tra le pareti dello studio, la mente vola via lontano sognando nuove avventure.
Scorrono veloci i giorni di Giugno!
Il mese dell'organizzazione, delle guide, dei quaderni di appunti, delle serate trascorse a studiare percorsi, itinerari, a ricercare voli, bus e alloggi.
Il mese in cui fai il check dell'attrezzatura in garage tra polvere e scatoloni, cercando quella vite da ghiaccio misteriosamente scomparsa o la frontale intrappolata tra corde e scarponi.
Il mese dei sogni, dell'immaginazione.
La promessa di emozioni intense a contatto con la natura, di incontri con viaggiatori eccentrici, come i vecchietti con la maggiolina che attraversano l'oceano a bordo di un cargo per raggiungere l'altro emisfero; o l'alpinista solitario che ha toccato le cime più alte del mondo.
Viaggiare non solo per andare alla scoperta di luoghi e culture lontane, profumi e sapori sconosciuti,
ma viaggiare anche per scoprire il mondo attraverso la percezione degli altri viaggiatori, attraverso i loro occhi, i loro racconti e le loro esperienze.
Raccogliere in un'espressione o in una frase una piccola goccia di vita, le impressioni e le emozioni che un paesaggio può generare o gli insegnamenti e i nuovi punti di vista che possono derivare da un incontro.
Quando viaggio mi piace fermarmi in un luogo quel tanto che occorre per sentirmene parte.
A due passi da casa o dall'altra parte del mondo, accanto al mare o al cospetto di un'immensa montagna o in un piccolo villaggio, poco importa. Ciò che conta è fermarsi.
Lasciarsi attraversare dai colori, i suoni, i profumi; percepire l'energia di quel luogo e di quel momento; ascoltare l'eco che hanno dentro di te.
Questo per me significa davvero viaggiare, creare una prospettiva ed un'esperienza di viaggio davvero unica e personale.
Un'esperienza che in questo modo, sono certa, resterà sempre parte di me e del mio piccolo bagaglio di vita.
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